Sara Riboldi

Sara Riboldi

Mag 25, 2017

Il digitale in classe: le istituzioni, i dati, i progetti di Microsoft | Il punto

La necessità di svecchiare l’istituzione scolastica è urgente. Le iniziative del Governo, i progetti innovativi e uno sguardo fuori dall'Italia

Grazie agli interventi messi in campo dal Governo, in Italia c’è un netto miglioramento per quanto riguarda l’innovazione e la digitalizzazione scolastica, ma la strada è ancora lunga e il gap da colmare è di 20 anni. Un ritardo a scuola che è visibile, soprattutto se messo a confronto con le innovazioni digitali che stanno rivoluzionando la nostra società: dalle industrie alle banche, dal settore sanitario alla pubblica amministrazione. È l’era dei nativi digitali, espressione coniata dallo scrittore statunitense Mark Prensky per indicare i bambini che nascono e crescono in un mondo dove Internet è sempre presente, in casa e fuori. L’idea di Prensky, che ha fatto discutere molti studiosi anche in Italia, è di

modificare l’approccio di insegnamento affinché i bambini di oggi siano motivati ad apprendere attraverso l’uso delle tecnologie digitali, il nuovo alfabeto del tempo attuale.

Al di là delle controversie, la necessità di svecchiare l’istituzione scolastica è urgente. Intanto, Google e Microsoft si sfidano sull’innovazione didattica digitale.

La sfida della didattica digitale

Microsoft e Google puntano decisamente sull’innovazione digitale scolastica. Sono tante le iniziative messe in campo dai due colossi. A partire dalla piattaforma di e-learning Google classroom, un servizio web gratuito per le scuole, le organizzazioni non profit e chiunque abbia un account Google personale, dove studenti e docenti possono comunicare anche fuori dagli orari delle lezioni e dagli istituti scolastici. I professori possono inviare materiali di approfondimento, creare corsi o distribuire compiti e spiegazioni; gli studenti possono confrontarsi con i docenti e fra di loro. Poi c’è la Google Suite for Education, a cui possono registrarsi gli istituti no profit di istruzione primaria, secondaria o superiore accreditati o i laboratori di ricerca associati a una scuola accreditata. Anche questo è un servizio gratuito che offre alle scuole un prodotto in hosting per email, chat e calendario. Di qualche anno fa sono i Chromebook, con un sistema operativo basato sul cloud.

Digital Class e Animatori Digitali Lab

A Google risponde Microsoft, con altrettante azioni volte alla diffusione della didattica digitale. Una su tutte la Digital class, un luogo alla Microsoft House di Milano appositamente pensato per far sperimentare a studenti e docenti le risorse della didattica digitale. Sempre Microsoft ha messo in campo la piattaforma Animatori Digitali Lab, spazio di confronto dedicato agli animatori digitali e un corso on line di didattica innovativa, volto a utilizzare gli strumenti Microsoft per creare classi virtuali o condividere lezioni. Infine, ha ideato Surface Laptop, un computer portatile ultra sottile con schermo touchscreen e una batteria che dura tutto il giorno. L’uscita in Italia nei negozi è prevista per la metà di giugno, ma è già possibile ordinarlo.

Dal Ministero 8,4 milioni per le attività degli animatori digitali

Intanto, anche le istituzioni si muovono. Il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) lanciato nell’ottobre 2015 dall’allora Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del Governo Renzi, Stefania Giannini, va nella direzione di rinnovare e rivoluzionare la scuola dal punto di vista digitale, mettendo a disposizione linee guida e risorse pe oltre 1 miliardo di euro fino al 2020. Il percorso è seguito e ripreso dall’attuale Ministro sotto il Governo Gentiloni, Valeria Fedeli. Proprio nei giorni scorsi, durante un evento a Bergamo, il Ministro Fedeli ha annunciato lo stanziamento di 8,4 milioni di euro per le attività degli animatori digitali, in linea con le azioni per l’attuazione del Piano Nazionale per la Scuola Digitale. «Crediamo molto nel ruolo degli animatori digitali e nell’importanza di seminare l’innovazione in ogni scuola», ha detto Fedeli. Nei prossimi mesi sarà tra l’altro avviata una piattaforma per favorire la comunicazione fra gli animatori digitali. Il pensiero del Ministro dell’Istruzione del resto era chiaro fin dalla presentazione delle linee programmatiche del 26 gennaio di quest’anno: «I nostri studenti non possono limitarsi più a essere consumatori passivi di tecnologia, ma devono diventare consumatori critici e, possibilmente, creatori» aveva detto, definendo il digitale come «agente attivo di cambiamenti sociali ed economici su larghissima scala».

Scuola digitale: ecco come deve essere

In questo contesto, appare chiaro come il modello tradizionale della scuola italiana vada sostituito con nuovi modelli didattici che usino la tecnologia. Il setting di una scuola digitale è ben delineato nel Piano Nazionale per la Scuola Digitale: fibra ottica, cablaggio interno di tutti gli spazi delle scuole, banda larga o ultra larga in modo da avere una connessione veloce, un sistema di videoproiezione possibilmente interattivo, devices in classe da far usare a piccoli gruppi, ambienti scolastici predisposti per l’uso delle tecnologie digitali, una didattica che privilegi i laboratori e il lavoro di gruppo, il potenziamento delle competenze digitali degli alunni nonché un profilo digitale per ogni studente e ciascun docente, oltre alla formazione dei docenti. Figura chiave in questo contesto è quella dell’animatore digitale, incaricato di promuovere la formazione interna di tutta la comunità scolastica e di creare soluzioni tecnologiche innovative e sostenibili dalla scuola. L’innovazione digitale nelle scuole è al centro di numerosi studi e corsi universitari.

La didattica, fuori dall’aula

Fra questi, spiccano i corsi di Paolo Ferri, professore straordinario di Tecnologie didattiche e Teoria e tecnica dei nuovi media al Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università Bicocca di Milano. Alcuni dei suoi corsi sono anche in versione on line sul portale formativo di alcune università italiane associate, Eduopen. Ferri nei suoi corsi è chiaro. Le tecnologie devono essere «al servizio dell’apprendimento attivo degli studenti». La didattica, dunque, deve essere trasportata anche fuori dall’aula scolastica. Come? Anche in questo caso Ferri è chiaro: uso di forum e video chat, contenuti digitali, database interattivo che organizzi i contenuti e i materiali didattici, aule attrezzate per le strumentazioni digitali, spazi dedicati alla discussione uniti ad ambienti per la riflessione individuale, ambienti virtuali per l’apprendimento e per il ricevimento virtuale dei genitori, isole di banchi che permettano agli studenti di lavorare in gruppo e gli insegnanti che si trasformano in coach. Insomma, la didattica frontale e l’apprendimento passivo sui libri non funzionano più e non sono al passo con i tempi. Il nuovo modello da seguire pare essere quello delle flipped classroom o classi ribaltate, dove gli alunni seguono le lezioni registrate o in video conferenza a casa e studiano insieme a scuola.

L’innovazione digitale a scuola: la situazione

Un panorama quello appena descritto decisamente innovativo e al passo con i tempi. Ma nella scuola italiana è davvero così? Sicuramente la strada è tracciata in quella direzione ma il ritardo accumulato su questo tema è importante e molte scuole italiane prediligono ancora il vecchio modello. Ecco allora che i banchi sono ancora disposti per file, che i bambini vanno a scuola con zaini pesantissimi e pieni di libri, che vige il modello tradizionale della didattica frontale, dove l’insegnante spiega e i bambini poi studiano individualmente a casa loro. Senza contare le comunicazioni scuola famiglia, che nella migliore delle ipotesi avviene per mail ma che spesso e volentieri avviene tramite l’antico diario scolastico e per mezzo di ricevimenti periodici a scuola, mettendo non in poca difficoltà i genitori che lavorano. Altra criticità è la capacità di fare rete con Enti di Ricerca e Università, non sempre presente.

Tecnologie digitali a scuola: i dati

Eppure passi avanti se ne sono fatti. Netti miglioramenti si sono visti già nell’anno scolastico 2014/2015, per il quale Il MIUR – Ufficio didattica e studi ha reso disponibili i dati. Secondo il rapporto, il sito web è disponibile per quasi tutte le scuole statali (99,3%), mentre il sistema di comunicazione scuola famiglia on line è attivo per il 58,3% degli istituti statali.  Il registro elettronico del docente è attivo nel 73,6% delle scuole statali (solo nel 24,7% delle paritarie). Buono lo stato di dotazione tecnologica nei laboratori e nelle aule delle istituzioni scolastiche statali: la connessione tramite rete cablata o wireless è pari all’82,5% nei laboratori e al 70% nelle aule (contro il 52,3% dell’anno precedente) e la LIM è presente nel 43,6% dei laboratori e nel 41,9% delle aule. Ancora basso è l’utilizzo del proiettore interattivo: solo il 16,9% dei laboratori ne è dotato; le aule attrezzate con il proiettore interattivo rappresentano poco più del 6%. Ancora poco diffuso è l’utilizzo di piattaforme per la condivisione del materiale didattico e di corsi on line, gli LMS (learning management system), utilizzati solo dal 16,5% degli istituti statali.

La voce di un esperto: «Ora c’è un percorso definito»

“Dopo il piano nazionale dello sviluppo delle tecnologie didattiche (1997 – 2000, ndr) fino all’ottobre 2015 non è più successo nulla – spiega Paolo Ferri –  Dal 2015, il Piano Nazionale per la Scuola Digitale ha un po’ invertito la tendenza, fornendo obiettivi conformi a quelli europei da qui al 2020. Il problema è che una scuola in cui si usano solo strumenti tradizionali oggi è anacronistica; anche perché i ‘nativi digitali’ sono immersi in un mondo digitale anche a casa. C’è quindi un forte gap tra i nativi digitali e lo stile di insegnamento attuale. Il gap culturale da colmare riguarda la scuola ma anche le famiglie: le competenze dei nativi digitali in casa sono spesso orientate al ludico. Qualcuno deve spiegare ai ragazzi come si usano gli strumenti digitali in maniera critica e sensata, cogliendone le potenzialità; in questo la scuola è fondamentale. Adesso si sta tentando di recuperare il tempo perduto: c’è un piano e un percorso definito, che punta molto sulla formazione degli insegnanti. Tutto dipende da quanto si investe e dalla velocità in cui viene implementato. Si nota continuità nell’azione dei Governi, quindi una via di uscita c’è, sebbene la trasformazione sia faticosa”.

Reggio Emilia come esempio positivo per la formazione degli adulti

Nel frattempo, continuano le azioni del Miur. Da qualche giorno, per esempio, è aperta la piattaforma digitale S.O.F.I.A. – Sistema Operativo per la Formazione e le Iniziative di Aggiornamento dei docenti, realizzata dal Miur per la gestione della formazione dei docenti. I docenti potranno consultare le iniziative formative, iscriversi e avere la loro storia formativa, con l’elenco di tutti i percorsi svolti. Da segnalare, per quanto riguarda la formazione degli adulti e in particolare dei genitori, l’iniziativa del Comune di Reggio Emilia, ‘Genitori connessi’, un progetto giunto alla sua seconda edizione che mira a formare gli adulti in modo che possano supportare i ragazzi nell’acquisizione di una cittadinanza digitale consapevole e critica. La novità di quest’anno riguarda l’identificazione di tutor digitali, persone adeguatamente formate che poi saranno a loro volta mediatori e accompagnatori nel percorso di formazione digitale dei genitori coinvolti nel progetto. I docenti che seguono il progetto sono grandi nomi: il già citato Paolo Ferri, Stefano Moriggi (filosofo della scienza e autore di “Connessi – Beati quelli che sapranno pensare con le macchine”) e Tommaso Minerva (direttore del centro e- learning dell’Università degli Studi di Modena e Reggio, coordinatore della piattaforma Eduopen e presidente della società italiana di e-learning).

Uno sguardo oltre confine…

Ma cosa succede fuori dall’Italia? I modelli di nuova didattica sono tanti. Basti pensare, solo per citare qualche esempio, alla Vittra Telefonplan di Stoccolma, nata al posto della carpenteria Ericcson. La scuola è basata su una didattica dove lo studente ha un ruolo attivo e su un uso innovativo degli spazi scolastici. Nell’istituto prendono corpo spazi dedicati ai laboratori e ai lavori di gruppo, aree di ritrovo informale, una zona dove poter leggere o riflettere (quella chiamata ‘caverna’), un teatro dove visionare rappresentazione o i lavori dei gruppi. Qui gli studenti sono divisi in gruppi a seconda delle competenze e dei progetti disciplinari. È quindi sradicata l’idea della divisione per classi d’età.  Notevole anche il caso di Orestad, a Copenhagen, dove le attività sono organizzate in forma digitalmente aumentata e l’utilizzo della carta è limitatissimo. O ancora noto è il caso di Hellerup, in Svezia, una scuola dove nei grandi spazi i ragazzi possono utilizzare libri, computer e le varie risorse didattiche. Per farsi un’idea, basta vedere i video pubblicati su Youtube dai ricercatori di Indire, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca educativa del Ministero dell’Istruzione. L’Italia ancora sembra essere distante da questi modelli ma in un futuro potrebbe trovare un percorso simile alle nuove e più moderne realtà.