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Mar 30, 2018

Ricerca e impresa: “La propensione a innovare aumenta con il crescere dell’azienda”. Il report

La sinergia tra ricerca e aziende è fondamentale per lo sviluppo delle imprese ma servono dialogo e competenze. Ne parliamo con Matteo Longoni di Moxoff e Giorgio Pariani, ricercatore che attualmente lavora in un’azienda negli Stati Uniti

Nelle aziende italiane l’attività innovativa delle imprese, l’utilizzo dell’Ict e la dotazione di lavoratori ad alta qualifica determinano la propensione alla trasformazione digitale e tecnologica dei processi produttivi. La spesa in R&S gioca un ruolo importante nelle imprese, che sembrano essere sempre più consapevoli. Il legame tra ricerca e industria è sottile e fondamentale. Per questo è importante che ci siano delle figure competenti che favoriscano il dialogo tra enti di ricerca e aziende. Ne parliamo con Matteo Longoni – Chief Revenues Officer di Moxoff – e Giorgio Pariani, ricercatore della classe 1982 che attualmente sta lavorando negli Stati Uniti in un’azienda internazionale nel settore della diagnostica.

Ricerca e impresa: i dati

Secondo i dati contenuti nel ‘Rapporto sulla competitività dei settori produttivi’ reso noto dall’Istat venerdì 23 marzo 2018, nel triennio 2014 – 2016 il 48,7% delle aziende italiane con almeno 10 addetti appartenenti ai settori industriali e dei servizi di mercato ha svolto attività con l’obiettivo di introdurre innovazioni, con un aumento di 4 punti percentuali rispetto al triennio 2012 – 2014. Di queste, il 30,3% ha innovato sia prodotti sia processi, il 25% ha introdotto innovazioni di prodotto (ma non di processo), il 18,5% ha puntato alle nuove tecnologie per quanto riguarda le esigenze di efficienza produttiva, mentre il 22% ha investito nel marketing o nell’organizzazione, senza quindi stravolgere le tecnologie.

 

Una piccola quota, il 4,9%, ha svolto attività innovative nel breve periodo che però non si sono tradotte in innovazioni vere e proprie. Per quanto riguarda le competenze del personale, il 12,1 per cento delle piccole imprese e il 72,3 per cento delle grandi impiega esperti Ict. Anche se la ripresa innovativa sta migliorando anche nelle piccole aziende, il divario tra piccole e grandi imprese esiste ancora. Ci sono differenze anche per quanto riguarda le tipologie di innovazione. Il report in proposito è chiaro: “In primo luogo, indipendentemente dal settore di attività economica, la propensione a innovare attraverso investimenti in attività ad alto contenuto creativo (quali ricerca e sviluppo e design) aumenta al crescere della dimensione aziendale (passa dal 58 per cento nel caso delle piccole imprese al 77 nel caso delle grandi). Al contrario, le piccole imprese optano più spesso per investimenti in tecnologie materiali o intangibili provenienti dall’esterno (ad esempio tramite l’acquisto di macchinari avanzati e tecnologie non incorporate in beni materiali, come i servizi di consulenza e know-how o i brevetti e marchi)”. La strada sembra essere tracciata e in questa ottica diventa centrale il ruolo di una partnership tra ricerca universitaria e azienda.

Longoni: “Fondamentali le competenze”

A contestualizzare è Matteo Longoni,  Chief Revenues Officer di Moxoff, spinoff del Politecnico di Milano che mette a disposizione delle aziende potenti strumenti per ottimizzare processi e prodotti attraverso modelli matematici. “L’obiettivo della ricerca, in generale, è produrre contenuto scientifico che sia innovativo e sempre più avanzato, mentre invece l’industria richiede che una certa tecnologia sia funzionale, cioè che sia innovativa ma che sappia gestire la diversificazione delle varie condizioni di produzione. Di conseguenza, da un lato l’università per mission non può occuparsi appieno di tutte le problematiche operative in azienda, perché obiettivo della ricerca è di andare sempre avanti; dall’altro l’industria, una volta che ha una tecnologia avanzata e innovativa a disposizione, ha bisogno di tempo e competenze diverse per renderla poi effettivamente operativa, cosa che difficilmente trova nelle università. Questo distacco rischia spesso di rendere i due mondi difficilmente conciliabili. Il processo di collaborazione tra industria e ricerca è però strategico e funzionale da un lato a stimolare la ricerca e dall’altro a portare innovazioni nelle aziende. Tuttavia è chiaro che le tecnologie che vengono sviluppate in ambito di ricerca devono essere studiate e comprese dalle società, che hanno una vocazione prettamente industriale. Avere la competenza giusta è il punto chiave per poter utilizzare le nuove tecnologie in modo efficiente all’interno dell’azienda e diventa quindi fondamentale capire le differenze di contesto e come una certa tecnologia possa essere mutuata e portata in azienda. Sono necessarie le competenze specifiche per far sì che questo trasferimento tecnologico avvenga in modo corretto, che facciano da ponte tra il fattore tecnologico e quello industriale; le aziende di questo devono imparare a esserne consapevoli”.

Pariani: “Il dialogo tra azienda e accademia produce risultati migliori”

Testimone dell’importanza della sinergia tra ricerca e azienda è il dottor Giorgio Pariani, laureato in Biologia sanitaria e Biologia applicata alla ricerca Biomedica e con all’attivo un dottorato nell’ambito della risonanza magnetica. Giorgio, dopo aver vinto nel 2016 il 3° Premio Cav. Lav. Fulvio Bracco sull’Imaging Diagnostico promosso da Fondazione Bracco, ha avuto la possibilità di lavorare negli Stati Uniti per un’azienda multinazionale che opera nel campo della diagnostica per immagini. “Mi sto occupando di scouting – racconta Giorgio – cioè cercare nuove opportunità da poter proporre alla direzione Ricerca&Sviluppo. Sono rimasto nell’ambiente della ricerca ma con un cambiamento di prospettiva significativo. Prima ero molto focalizzato sul mio progetto (gli scienziati tendono a specializzarsi), ora invece devo avere una visione a 360° poiché è necessario esaminare e cogliere l’opportunità potenzialmente utile all’azienda in tutti i campi della diagnostica. Un altro aspetto molto positivo di questo lavoro è il continuo contatto con università e centri di eccellenza come Harvard o Stanford”.

 

Giorgio traccia un quadro ben definito del rapporto tra ricercatore e azienda: “In generale posso dire che la ricerca aziendale non può sostituire la ricerca finanziata da enti pubblici ma può essere in qualche modo complementare. L’obiettivo dell’azienda è quello di produrre utili, quindi la ricerca nella maggioranza dei casi è rivolta a progetti che hanno un minimo di potenzialità di avere un rientro economico. Di conseguenza la ricerca strettamente di base è più difficile che venga finanziata da aziende. Fare ricerca in ambiato accademico porta ad avere più libertà contrariamente a quello che succede in ambito aziendale, dove i tempi per produrre risultati sono più serrati e dove c’è più ‘concretezza’. Per la mia esperienza posso dire che c’è volontà da parte delle aziende di iniziare collaborazioni scientifiche con enti accademici dove trovo sempre entusiasmo e grande disponibilità alla collaborazione. Dalla mia attuale esperienza sto riscontrando come il dialogo tra azienda e accademia possa produrre dei migliori risultati e dei ricercatori più versatili”.

 

 

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