In Cina chi copia rischia il carcere, e in Italia c’è chi vuole la fedina scolastica

Un confronto tra i sistemi educativi cinesi, inglesi ed italiani. Se i primi sono troppo duri e i secondi troppo tolleranti, in Italia si guarda alla cultura del "buon esempio" (funzionerà?)

Se già venti o trenta anni fa era impossibile fermare l’imbroglio sui banchi di scuola, nell’era del copiaeincolla a colpi di click questo è assolutamente impensabile. Eppure c’è chi ci prova.

I copioni in Cina finiscono in carcere

A partire dalla Cina che ha installato dei droni sulle teste degli studenti per stanare movimenti sospetti: nel caso di rilevamento di imbrogli, come è successo per le 165 violazioni degli studenti dell’ultimo gaokao (l’esame di accesso all’università) coinvolti in scandali vari dalla sbirciatina alla sostituzione di persona, le pene si sono annunciate severissime: i candidati “beccati” non potranno sostenere l’esame per tre anni, gli studenti che hanno sostenuto l’esame al posto di altri saranno espulsi dalle loro scuole/università e, con potere retroattivo, a tutti i laureati coinvolti in brogli sarà annullato il titolo di studio. Pene severe anche per i funzionari che aiutano gli studenti che saranno allontanati dal posto di lavoro.

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Se non dovesse sembrare abbastanza, è degli ultimi giorni la notizia di una proposta di legge che darebbe un massimo di 7 anni di carcere a chi copia, richiesta del ministro dell’istruzione cinese, da far impallidire persino le mamme-tigri. Già nel 2009, otto persone tra genitori e insegnanti sono finiti in carcere per aver mandato tramite auricolari, miniscanner e vari dispositivi di ultima generazione le risposte del gaokao agli studenti durante l’esame. Anomale onde radio sono state intercettate da funzionari preposti al controllo, che hanno identificato le attività sospette.

Perché il gaokao è così temuto? Si tratta dell’esame più importante nella vita di uno studente cinese: garantisce la mobilità sociale per la gioventù e che influenza pesantemente tutto il loro futuro. Per questo motivo si cerca di fare di tutto per avere in mano le risposte corrette.

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Proprio per questo motivo da anni si assiste a situazioni di protesta dei genitori che considerano un’ingiustizia l’eccessivo controllo dei propri figli durante l’esame lamentando il fatto si arriva anche a perquisizioni intime, turbando decisamente gli studenti e inficiando l’esame. Molte di queste proteste sono sfociate anche in aggressioni da parte dei genitori contro i funzionari addetti al controllo. Ma come spiegarlo a un paese con un programma scolastico fortemente nozionista, dove la condivisione e lo scambio di conoscenze tra gli studenti non viene incentivato – se non del tutto proibito? La priorità per il ministero dell’educazione è di garantire l’uguaglianza, prima di tutto sui banchi di scuola. In Italia non ci sogneremmo mai la severità dei cinesi ma nemmeno la tolleranza inglese.

Inglesi, soliti gentleman

Nel Regno Unito, il ministro dell’istruzione ha introdotto il consulente comportamentale, una figura a metà tra lo psicologo e il pedagogo che conosce gli studenti uno per uno e che tramite un rapporto di fiducia insegna loro la buona condotta senza bisogno di sospensioni o punizioni ma attraverso un percorso che prevede il suggerimento e l’insegnamento, evitando minacce o intimidazioni. Tutto questo deve iniziare dalle scuole elementari, come spiega Tom Bennett, il consulente in questione, fortemente convinto che i comportamenti violenti dei naughties siano in realtà l’unico modo che i bambini hanno di manifestare un disagio. Proprio su quel disagio gli insegnanti dovrebbero lavorare, lasciando da parte le sospensioni, gli allontanamenti dalla classe o le punizioni che non si sono rivelate risolutive. La “cura”, secondo il metodo inglese, è quella di parlare con i ragazzi dei loro comportamenti negativi, chiedere e far capire loro che sono “attenzionati” e cioè che si nota ogni modifica del loro atteggiamento.

E in Italia vogliamo la fedina scolastica

Non succede in Italia, dove già dalle scuole medie sono 2 su 5 gli studenti che hanno copiato quasi interamente la prova Invalsi, aiutati peraltro dagli insegnanti. Dopo l’esempio cinese può sembrare un atteggiamento lassista, ma c’è da dire che da noi la scuola con i suoi buoni risultati è solo uno dei modi che i giovani hanno per avere successo nella vita. Pene come l’espulsione e il carcere non sono contemplabili.

Quest’anno una severa punizione è stata inflitta in provincia di Belluno quando due studenti sorpresi a copiare dai famigerati “bigliettini” durante la terza prova della maturità, sono stati espulsi e costretti a ripetere l’anno, pur avendo ottenuto buoni risultati durante il percorso di studi e nelle prime due prove dell’esame di maturità. Quasi sicuramente avrebbero ottenuto un buon voto anche senza copiare, ma il piccolo gesto di insicurezza ha fatto sì che il dirigente scolastico invalidasse l’intero anno.

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D’altra parte, anche in Italia si sta diffondendo la buona pratica dell’“esempio”: urlare per ottenere silenzio nelle aule scolastiche è controproducente, si sa, così come le aspettative troppo alte o le minacce dei voti bassi sin dall’inizio dell’anno scolastico. I comportamenti sbagliati sia nei confronti dei pari che dei docenti a volte sono dovuti proprio alla debolezza psicologica di questi ultimi che “autorizza” in qualche misura i ragazzi a prendere il timone della classe. Per questo le soluzioni dovrebbero partire da una considerazione migliore dei docenti, intesi come professionisti carismatici ma non infallibili agli occhi di studenti, presidi, genitori.

Una pratica del genere potrebbe combattere in Italia anche i crescenti episodi di bullismo (il 35% di 1500 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di esserne stato vittima) ma non è comunque sicuro che rimanga valida per chi copia: quest’anno durante gli esami di maturità è stata disattivata in alcune scuole la connessione dati con conseguente impossibilità di accedere a internet ed è stata allertata la polizia delle comunicazioni col compito di sorvegliare i dati in entrata e in uscita durante le prove. Nonostante questo, per loro stessa ammissione, una buona metà degli studenti ha copiato ugualmente. Non tutto è perduto, perché non dalle 4 prove dell’esame finale si giudica lo studente, come sanno gli insegnanti oculati.

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Insomma, anche le soluzioni attuate in giro per il mondo per migliorare la buona condotta sembra possano far poco contro l’istinto di copiare, una vera e propria pulsione che secondo alcuni apocalittici opinionisti italiani sarebbe il primo passo verso la corruzione. Seguendo l’esempio cinese si dovrebbe pensare di istituire in Italia una “fedina scolastica” le cui contravvenzioni possono portare a punizioni permanenti. Ma sappiamo bene che gli studenti colpiti andrebbero a rifugiarsi negli istituti privati, riuscendo a diplomarsi forse anche prima dei loro colleghi considerati meno furbi ma – stando agli studi sulla “psicologia del copiare” – di certo dotati di più personalità.

di Angela Galloro