Scuole private a 1 dollaro: la rivoluzione in Kenya finanziata da Zuckerberg e Gates

La catena di scuole Bridge International Academies porta l’istruzione di massa nei paesi poveri, dove i maestri sono assenteisti e le classi sovraffollate. La diffusione di enti privati che fanno uso della tecnologia è un segno di “istinto di sopravvivenza” dei genitori: pur poverissimi sono disposti a pagare per dare ai propri figli un’istruzione migliore di quella pubblica

Nel gennaio 2009, nello slum di Nairobi, la capitale del Kenia, ha aperto la prima scuola Bridge International Academies. Le Bridge sono scuole private low-cost (poco più di 1 dollaro a settimana), create per diffondere l’istruzione di qualità nei paesi emergenti, facendo uso della tecnologia. Sono strutturate tipo franchise, chi vuole può aprire una scuola elementare Bridge e adottare il suo metodo: fornire agli insegnanti il copione scritto della lezione, da seguire passo passo attraverso dei tablet che, inoltre, raccolgono tutti i dati, in tempo reale, sul processo di apprendimento dei bambini. Le Bridge hanno ricevuto finanziamenti da personalità come Bill Gates e Mark Zuckerberg. Oggi 126 mila studenti studiano in circa 400 scuole primarie Bridges in Kenya e Uganda, e si sta pianificando di aprirne altre 100, ma il ministro dell’istruzione del Kenya ha messo un freno: prima di avviare altre scuole “non formali” vuole attendere che vengano stilate nuove leggi per regolare il settore. Secondo l’Economist, i governi dei paesi in via di sviluppo dovrebbero incentivare la diffusione delle scuole private, perché queste, dati alla mano, sono di gran lunga più efficaci di quelle da essi regolate. 

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Bridge International Academies: la scuola low-cost 

Shannon May e suo marito Jay Kimmelman fondano le Bridge International Acedemies nel 2008, con la prima scuola aperta nel gennaio 2009 nello slum di Mukuru, a Nairobi. Il loro obiettivo è offrire un’educazione privata di qualità e accessibile a tutti, a cominciare da chi guadagna 2 dollari al giorno, usando l’economia di scala (cioè diffusione veloce del modello e grandi numeri).

Le Bridge nascono in risposta al sistema educativo keniota, caratterizzato da un alto assenteismo degli insegnanti, bassa motivazione, classi sovraffollate e servizi inefficaci.

Secondo Shannon May “chi vive con un salario minimo vuole pagare per dare ai propri figli un’educazione migliore”. Inoltre “trovarsi fisicamente in un’aula non significa che stai imparando”, sostiene, sottolineando come i bambini che hanno studiato con il metodo Bridge hanno avuto risultati migliori rispetto ai loro compagni delle scuole statali. Frequentare una Bridge costa 1-2 dollari a settimana, pagabili attraverso la piattaforma mobile di trasferimento di denaro M-Pesa oppure con il modello di micro-banking: queste soluzioni sono state pensate per venire incontro a chi ha più bisogno, ai più poveri.

Come funziona il metodo Bridge

Nelle Bridge l’istruzione è standardizzata, focalizzata sul tempo-per-esercizio, e monitorata in tempo reale. L’insegnante guarda il tablet ogni 5 secondi e ne attende 8 per le risposte degli studenti. Il copione che gli insegnanti ricevono spiega puntualmente cosa dire e fare durante ogni momento della lezione. Dal momento che il copione di ogni lezione è scandito meticolosamente, le scuole Bridge riescono a assumere personale anche senza esperienza nel campo dell’insegnamento. Questo può suonare strano alle nostre orecchie, quasi una “meccanizzazione” del ruolo del docente. In realtà, la standardizzazione consente di avere lo stesso tipo di insegnamento di qualità in ogni scuola, con tutti i bambini che seguono la stessa lezione (scritta negli Stati Uniti da un board di esperti e distribuita giornalmente agli insegnanti). I bambini, in questo modo, hanno accesso a un’istruzione efficiente  che non potrebbero mai avere in una scuola statale, dove spesso un solo docente ha 80/90 studenti da seguire e, va da sé, non li segue affatto. Gli insegnanti sono supportati dai tablet, che in ogni momento monitorano l’apprendimento dei bambini ed inviano dati al quartier generale delle Bridge. Agli studenti viene fornito  tutto il materiale per seguire la lezione e i libri, che sono diversi da località a località, in modo che i bimbi possano riconoscersi nei personaggi e nelle storie. A un livello accademico, una Bridge ha solo un impiegato, “l’academy manager”, che si occupa esclusivamente di curare la classe e i contatti con i genitori e la comunità. Tutte le altre attività (pagamenti, ammissioni, tasse, ecc) sono automatizzate e centralizzate attraverso le app sullo smartphone e sul tablet dell’insegnante. 

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Modello di business

Il 90% delle Bridge appartiene a diversi stake-holder: Bill Gates, il co-fondatore di e-Bay Pierre Omidyar, l’editore Pearson e altri ci hanno messo 100 milioni di dollari, mentre Mark Zuckerberg, lo scorso marzo, ha investito nella società 10 milioni di dollari. Nonostante l’espansione in Nigeria, India e Uganda, le Bridge International Academies devono ancora raggiungere una grandezza tale da generare profitti.

Il modello di scuola privata a 1 dollaro a settimana funziona raggiungendo grandi numeri e risparmiando su alcuni aspetti.

Uno di questi aspetti è la paga dei docenti: essendo persone che possono anche non avere qualifica professionale, vengono pagati meno rispetto agli insegnanti statali. Lo stipendio medio di un insegnante Bridge è di 12 mila scellini kenioti al mese (più o meno a 5 dollari al giorno) mentre la paga di un maestro tradizionale è di 16 mila scellini (circa 7 dollari giornalieri). Un altro aspetto su cui si taglia sono le strutture: la scuole Bridge sono spartane, una specie di container. La tecnologia si riserva tutta per l’insegnamento. Oltre al risparmio sui costi, il modello funziona se si raggiungono tanti studenti: in una economia di scala, un attore singolo non può sostenere i costi di una struttura educativa tanto grande come sono le Bridge. Per pagare i docenti (anche se meno della media), per procurare le tecnologie, per sviluppare le lezioni e per automatizzare gli aspetti burocratici ci vogliono investimenti che si ammortizzano solo con un numero sufficientemente grande di studenti: per essere profittevole, questa catena deve raggiungere 500 mila bambini (per ora ne raccolgono 126 mila). Le Bridge sono state fondate proprio con la prospettiva di diffondersi in luoghi dove il “mercato” sarebbe stato enorme (si punta a coinvolgere 10 milioni di bambini tra Africa e Asia), nei paesi che hanno forti lacune nel sistema educativo statale, come appunto il Kenya. Per raggiungere il successo, le Bridge devono diffondersi con una velocità e con una vastità mai viste prima in un settore come l’istruzione. Ma il governo potrebbe mettersi di traverso. 

Come dovrebbero comportarsi i governi?

Quest’anno sono state aperte 46 scuole Bridge, ma il ministro dell’Istruzione del Kenya ha bloccato nuove aperture fino a quando non verrà scritta una nuova regolamentazione sulle scuole private (quella attuale risale al 2009). Secondo la fondatrice delle Bridge, questo blocco sta rendendo i genitori “nervosi” sul portare i loro figli nelle sue scuole. Il governo del Kenya vorrebbe imporre alle Bridge di usare solo insegnanti qualificati, e di dar loro la paga regolare. Inoltre, c’è il fattore dei dati: le lezioni generano una montagna di informazioni “sensibili” sull’apprendimento dei bambini. Il valore di quei dati potrebbe essere un’altra ragione per cui il ministro dell’Istruzione ha chiesto una pausa per riconsiderare il quadro normativo. Eppure, vista la condizione attuale delle scuole pubbliche in Kenya, la diffusione di istituti privati non può che giovare alle generazioni future.

Secondo l’Economist, questo è vero per tre ragioni. La prima è che queste scuole fanno girare l’economia. Essendo una catena, dovrebbe seguire un modello di diffusione salutare, sia per tutelare il proprio nome, sia per tutelare la reputazione dei suoi investitori. La seconda ragione è che spesso queste scuole sono migliori. Uno studio durato 4 anni, su 6 mila bambini in Andhra Pradesh, nel sud dell’India, ha dimostrato che i bambini nelle scuole private hanno imparato meglio l’inglese e l’hindu rispetto ai loro compagni nelle scuole pubbliche. E le scuole private hanno raggiunto questi risultati spendendo un terzo rispetto alle statali. Infine, le scuole private sono innovative. Nelle Bridge le lezioni si distribuiscono su tablet: “Forse non sarà l’insegnamento ideale – dice sempre l’Economist – ma è molto meglio rispetto a lezioni senza alcun materiale o senza monitoraggio. I governi dovrebbero quindi non chiedersi come scoraggiare l’istruzione privata, ma piuttosto come potenziarla”. La crescita e diffusione delle scuole private nei paesi poveri è una manifestazione quasi di “istinto di sopravvivenza”: i genitori vogliono il meglio per i propri figli e, dal momento che non lo trovano nelle scuole pubbliche, ricorrono sempre di più a quelle private.

@carlottabalena

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