Il documentario su Malala racconta la missione per l’istruzione femminile nel mondo

“He named me Malala” racconta la storia della ragazza che ha vinto il Premio Nobel per essersi battuta per l’istruzione femminile in Pakistan

Tre anni fa, mentre era a bordo di un autobus nella Swat Valley in Pakistan, Malala fu colpita alla testa da un sasso, lanciato dai talebani, per i discorsi che aveva tenuto sul diritto di ogni giovane ad avere un istruzione. Da quel giorno, la sua voce è diventato lo strumento con cui i sessanta milioni di ragazze prive di istruzione nel mondo reclamano i propri diritti. Malala non sta solo sensibilizzando il mondo su questa importante tematica, ma sta aiutando diverse nazioni grazie al Malala Fund, che ha già aperto scuole e offerto borse di studio in Pakistan, Libano, Giordania, Kenya, Nigeria e Sierra Leone. Malala sta aiutando scuole e organizzazioni a perseguire gli stessi obiettivi. Con la sua presenza calma, ma ferma, ha saputo farsi ascoltare da chi prima era sordo alla verità. Quando, nel 2007, le scuole della Swat Valley furono bombardate dai talebani, nessun Paese mandò dei rinforzi per gli abitanti di quelle terre. Malala non si è fermata ed è andata avanti a parlare, finché il mondo non si è deciso ad ascoltarla. Nel 2013 il Malala Fund ha visto la luce con l’obiettivo di affermare come assoluta priorità – a livello locale e globale – il diritto di ogni ragazza a un’istruzione di qualità. Prima di diventare presidente del Malala Fund lo scorso anno, Meighan Stone ha lavorato in altri enti internazionali.

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Il documentario

Il team della Stone ha lavorato alacremente per il documentario “He named me Malala”, uno dei più importanti documentari mai realizzati. L’attacco dei talebani non ha fermato Malala o la sua famiglia, ma ha avuto l’effetto contrario: ha radunato attorno alla giovane persone da tutto il mondo e organizzazioni disposte ad ascoltarla e perseguire obiettivi comuni. Un primo discorso pubblico voluto dall’ex Primo Ministro inglese Gordon Brown, un incontro con Obama alla Casa Bianca e nell’ottobre 2014 il Nobel per la Pace, momenti in cui Malala non ha dimenticato di ricordare quei bambini senza voce, che devono essere ascoltati da tutto il mondo, perché le cose possano davvero cambiare. Il documentario si chiude con questo momento trionfante, ma non mostra come Malala abbia usato i soldi del Premio Nobel per costruire una scuola secondaria femminile in Pakistan, contribuendo a migliorare anche la qualità di alcune scuole danneggiate dalle numerose alluvioni che affliggono la regione.

Il Malala Fund

Nel 2014, a conclusione del suo primo anno di attività, il Mala Fund aveva già investito quattro milioni di dollari in programmi di formazione locale nei sei Paesi considerati prioritari. Quindi, a differenza di molte ONG, il Malala Fund organizza vere partnership con leader locali altamente affidabili, conferendo al leader della comunità le infrastrutture e il sostegno che possono fare la differenza per il territorio. Zia, padre di Malala e ora special advisor per le Nazioni Unite, ricorda come il contributo di tutti sia stato fondamentale: tra i molti, l’aiuto di Jordan Easton, veterano della CNN con 23 anni di carriera alle spalle, è stato fondamentale. L’uomo, appresa la mission del Malala Fund, ha offerto i suoi servizi pro-bono per aiutare l’ONG soprattutto per quello riguardava la Giordania, territorio sul quale aveva lavorato molto come giornalista e che conosceva alla perfezione. Jordan definisce la sua partecipazione al Malala Fund come “l’esperienza più gratificante della sua vita”. Per il diciottesimo compleanno di Malala, Jordan ha contribuito all’apertura di una scuola per ragazze in Libano, poco distanti dai territori dove Assad sgancia le proprie bombe.  In quest’occasione, con la sua elegante semplicità, Malala chiese al Primo ministro libanese: “Se posso aprire io una scuola qui, perché non possono farlo i leader mondiali?”. Quando le ragazze di queste comunità incontrano Malala non sanno che è l’autrice di best-sellers o la vincitrice del premio Nobel; a loro basta sapere che qualcuno della stessa età sta lottando per i loro diritti. Malala rappresenta un’intera generazione di bambini senza volto e senza voce, provenienti dai luoghi più sconosciuti del Pianeta e il cui futuro può cambiare drasticamente, grazie a un’unica, importante possibilità.

Usare i media per sensibilizzare sull’educazione femminile

Programmi come Nairobits, insegnano alle ragazze a programmare, a lavorare coi codici e a fare siti web. Le giovani hanno fame di cultura e di sapere, sono in grado di capovolgere lo stereotipo di ciò che significa essere una ragazza proveniente dai paesi in via di sviluppo. “Se queste ragazze avranno la possibilità di continuare gli studi, nulla potrà impedire loro di essere leader nella propria comunità o in qualsiasi Paese nel mondo”, commenta la Stone. Malala è consapevole di essere al centro del panorama mediatico e sta usando questa importante occasione per sensibilizzare tutti i paesi sulle attività del Malala Fund. Prima che il Malala Fund intervenisse, le Nazioni unite consideravano nove anni di istruzione come sufficienti. Malala ha spiazzato tutti, proponendone dodici. In un primo momento questo traguardo sembrava irraggiungibile, ma Malala sta lavorando a fianco dei leader mondiali per trasformare questo obiettivo in realtà.

Nei documenti presentati il settembre scorso alle Nazioni Unite, Malala ha chiesto esplicitamente l’istituzione dell’obbligo dei dodici anni di istruzione come necessità primaria per tutte le nazioni del mondo.

Questi documenti dovrebbero essere rettificati questo mese e, se venisse approvato quanto richiesto da Malala, il mondo avrà finalmente riconosciuto il diritto a un’istruzione secondaria a tutte le bambine del mondo. In questi mesi, Malala si è attivata sui social media per ottenere un’ampia visibilità e contare su un vasto consenso popolare.

Dopo il Nobel

“Quando ero piccola, credevo nella magia e volevo poter cambiare il mondo – ha dichiarato Mala- ora mi rendo conto di aver il potere di dar voce alle giovani che desiderano un’educazione, grazie all’azione di mia madre e mio padre, che lavorano con me al Malala Fund. L’unica mia paura è riuscire a portare avanti la scuola, nonostante i molti impegni lavorativi”. Quando è a Birmingham, Malala lavora nel fine settimana e cerca di non perdere ore a scuola, pur sentendo il team della Stone ogni giorno.  Dopo aver vinto il Nobel, Malala è stata china sui libri per sei mesi, per passare il test GCSE. Anche la madre di Malala si sta impegnando negli studi: avendo dovuto abbandonare la scuola molto presto, sta imparando ora a leggere. Malala spera di poter frequentare Oxford o Stanford, per studiare politica o economia. “Volevo diventare primo ministro del Pakistan, ma la legge nazionale mi imporrebbe di aspettare i 35 anni. Non posso aspettare così tanto, il mio lavoro è adesso”, commenta la giovane. L’impegno più importante di Malala, al momento, rimane la scuola. Ogni settimana la ragazza viene invitata a centinaia di eventi nel mondo, ma si limita a scuotere la testa e rispondere: “Considero l’istruzione la chiave del successo per ogni altra ragazza, lo è anche per me”. 

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