Ora si può prevedere la prima parola di un bambino. Uno studio

Un rapporto dell’Indiana University e del Georgia Institute of Technology spiega come le esperienze visive di un bimbo giochino un ruolo importante nello sviluppo cognitivo che porta all’uso dei primi vocaboli

Dopo circa un anno di vita, chi più chi meno, i bambini cominciano a dire le prime parole: mamma, papà, palla. E’ un momento emozionante e imprevedibile…fino ad oggi. I ricercatori dell’Indiana University e del Georgia Institute of Technology sembrano infatti aver scoperto come vengono appresi quei primi semplici vocaboli. Uno studio dei ricercatori spiega che le prime parole sono probabilmente legate alle esperienze visive dei neonati e a come vedono il mondo che li circonda.

lead_960

Che cosa vedono i bambini

Molte persone credono che i bambini e gli adulti vedano le stesse cose. Dopo tutto, vivono nelle stesse case, sono nelle stesse vetture, e mangiano le stesse cose. Ma i bambini, questa è la fondamentale differenza, non sono interessati a guardare le cose nel modo in cui lo fanno gli adulti. Lo sviluppo di un bambino è rapido, i cambiamenti del suo mondo visivo sono totalmente diversi a tre mesi, a uno o a due anni di vita. Potrebbe sembrare ovvio, ma Linda Smith, professoressa di Scienze Psicologiche presso l’Indiana University e autrice senior dello studio, spiega che il lavoro del suo team può fornire la base per nuove teorie su come i bambini acquisiscono il linguaggio, e anche su come i bambini con deficit del linguaggio e autismo possono essere trattati.

L’importanza della vista

Nei primi mesi di vita, i piccoli sono molto bravi a raggruppare le cose in categorie. In altre parole, se sanno che in casa un oggetto è chiamato cucchiaio, sapranno che in un ristorante è chiamato allo stesso modo. La Smith e i suoi colleghi hanno messo delle telecamere in testa ai bimbi che vanno dagli 8 ai 10 mesi di età e hanno monitorato ciò che ognuno di loro ha guardato durante il giorno. I ricercatori hanno deciso di concentrarsi sui pasti, perché i bambini mangiano più volte ogni giorno, spesso in contesti diversi: in un seggiolone a colazione e poi in un passeggino un paio d’ore più tardi sulla strada per il parco. In ultima analisi, in una teoria che Smith e i suoi colleghi hanno soprannominato “ipotesi pervasività”, hanno scoperto che gli oggetti che i bambini vedono più costantemente sono spesso le prime parole che dicono. I ricercatori suggeriscono che l’esperienza visiva è l’elemento chiave per l’apprendimento delle prime parole. Se un bambino ha problemi di apprendimento o ritardo della parola, potrebbe avere un problema di trasformazione visiva, o potrebbe aver vissuto in una casa in cui non vede gli oggetti in modo coerente. Un bambino che vive in una situazione instabile, il cui mondo visivo è costantemente spostato, può aver bisogno di un tempo più lungo dato che l’abbinamento degli oggetti con le parole che li identificano risulta più difficile.

Associare parole e immagini

Lo studio è stato sostenuto dal National Science Foundation e fa parte di un grande sforzo per raccogliere e analizzare milioni di immagini di quello che i bambini vedono nei loro primi due anni di vita. Gli autori fanno notare che questa è la prima ricerca che mette in comparazione parola e vista. La ricerca pone inoltre una serie di domande a proposito delle differenze individuali: tra un paio di mesi pubblicheranno un documento che mette in relazione la frequenza con cui i genitori citano alcuni oggetti e come questo influenzi o meno l’acquisizione di parole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Un box di delizie e un kit per la ricetta. L’ecommerce Caciocavallo Impiccato

Dal kit basic a quello gourmet, c’è tutto l’occorrente per preparare il caciocavallo impiccato, inclusa l’asta brevettata per tenerlo sopra una fonte di calore. Prevista a breve anche una rete di Street Food e un carrello-cucina per i ristoranti. Il progetto di Saverio Mancino nei dettagli

Allarme mondiale: il ransomware Petya dilaga bloccando trasporti, centrali elettriche e perfino Chernobyl

L’attacco, forse condotto con “Petrwap” una variante del virus Petya, già nota agli esperti, attacca le macchine Windows. Come già accaduto con Wannacry, anche in questo caso il ransomware utilizza l’exploit EternalBlue rubato alla NSA