Alex Corlazzoli

Alex Corlazzoli

Set 28, 2017, 7:30am

Alex Corlazzoli

Alex Corlazzoli

Set 28, 2017, 7:30am

Al liceo linguistico Manzoni di Milano il professore è condiviso

Dal 2016 il preside dell'istituto, Giuseppe Polistena, ha lanciato la sperimentazione della didattica plurima per consentire agli studenti di confrontarsi con metodi di insegnamento diversi della stessa materia

«Ore dieci, lezione di matematica, ma stavolta il professore non è il solito. È l’insegnante dei miei compagni. È quello di cui mi hanno parlato bene e finalmente forse con lui capirò qualcosa in più». Se entrate in questi giorni al liceo linguistico Manzoni potrebbe capitarvi di ascoltare discorsi di questo genere dagli studenti. Cos’è successo? Cosa è accaduto di tanto sconvolgente? In passato l’avremmo definito scambio, oggi si chiama didattica plurima o come ama definirla qualcuno prof in sharing. La sostanza non cambia. A Milano, in questa scuola si sta sperimentando un metodo nuovo di fare lezione che mette in gioco gli insegnanti, ma anche gli studenti che devono abituarsi a stili e modi differenti dei professori. L’obiettivo è quello di migliorare la performance dei ragazzi, di appassionarli alla materia, di dare loro un’opportunità. Allo stesso tempo, dietro a questa innovativa scelta c’è anche l’idea di provocare gli insegnanti, di scuotere le loro abitudini, di offrire loro la possibilità di confrontarsi veramente con un collega.

La sperimentazione partita nel 2016

Nella pratica accade che i professori si scambiano le classi e le ore di lezione arricchendo l’offerta didattica. La sperimentazione è stata avviata già lo scorso anno coinvolgendo il 20 per cento dei docenti e riscuotendo l’entusiasmo dei ragazzi e dell’amministrazione comunale di Milano. La filosofia di fondo è quella di enfatizzare le competenze specifiche, di mettere in risalto le virtù di ciascun docente. Non si tratta di creare gare o di realizzare un mercato della docenza, perché non sono i ragazzi a scegliere il prof che preferiscono, ma di arricchire le ore di filosofia, matematica, italiano o lingua straniera con una didattica diversa, con un modo di relazionarsi differente che permetta a ciascun ragazzo di sperimentare una modalità diversa di apprendere.

Oltre le resistenze

È chiaro che questo progetto spaventa i professori più anziani, quelli abituati alla loro classe, alla loro aula, quelli vincolati al loro modello di lezione frontale e poco inclini a mettersi in gioco, ma la determinazione del dirigente del liceo Manzoni, Giuseppe Polistena, ha contagiato con l’entusiasmo chi ci ha provato, ha permesso di andare avanti con il pieno sostegno del capo d’istituto che guarda con attenzione i risultati di questa prova. Abbiamo chiesto proprio a lui di spiegarci come funziona questo modello di insegnamento condiviso.

Professor Polistena perché cambiare in questo modo la didattica?

«Didattica plurima è un’idea nata da me e condivisa con il collegio docenti. Gestendo da 20 anni la scuola molte volte ho visto ragazzi che cambiavano le capacità acquisitive a seconda dell’insegnante. Ho capito che il metodo era fondamentale. Questo specie sulla matematica dove la didattica è un elemento essenziale. Ho pensato che proporre più metodi significa arricchire le opportunità per i ragazzi. Dobbiamo porre attenzione al modo di fare didattica, di stare in cattedra, di insegnare una materia. E questo è un compito che deve avere anche il dirigente che non può essere assente rispetto a questi processi».

È riuscito a coinvolgere molti insegnanti?

«Il collegio docenti ha accettato questa proposta su base volontaria. Diciamolo chiaramente: i prof sono dei conservatori, non vogliono cambiare, faticano a mettersi in gioco, ma noi siamo andati avanti, non ci siamo rassegnati. Il 20 per cento ha aderito, i risultati sono discreti anche se ci aspettiamo di coinvolgere molti più docenti: puntiamo almeno al 40 per cento».

Come avviene lo scambio

Come funziona nella pratica?

«Due possibilità. La prima: i due insegnanti si accordano per tutto l’anno per dividersi le ore; nelle cinque ore di lettere, per esempio, si decide di scegliere una o due ore in cui si scambiano. Oppure ci si accorda con un altro docente e si fanno 10-15 ore nel corso dell’anno in cui avviene lo scambio. Qualche volta è capitato che abbiano condiviso anche i momenti di valutazione, ma il giudizio finale resta in carico al docente di ruolo nella classe. Possono invece essere scambiati compiti ed interrogazioni».

Chi sono i più conservatori? È una questione di età?

«Devo rilevare che tra quelli che hanno aderito, abbiamo un gruppo di prof di cinese che hanno partecipato in massa: sono i più giovani a essere più propensi. Ma questo non sempre è una verità: nel corso della mia carriera ho visto anche docenti appena nominati più conservatori di chi aveva 20 anni di esperienza!.

Il bisogno di confronto

E gli studenti come hanno reagito?

«I ragazzi hanno risposto con un discreto entusiasmo; dapprima hanno accolto con perplessità questa idea, poi hanno compreso il valore della proposta. Sono contenti di fare questa sperimentazione, quelli che mi hanno parlato di questa opportunità erano soddisfatti di poter confrontarsi non solo con il loro insegnante titolare».

Qual è l’obiettivo che avete?

«Ora bisognerà vedere i risultati e fare in modo che ci siano più insegnanti che aderiscono. Quest’anno la sperimentazione è già partita spero che aumenti il numero al più presto. Ci sono professori che ideologicamente non amano il confronto, è su quelli che tuttavia serve lavorare in questo modo. Il bisogno di migliorarsi è un problema nella scuola italiana».