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Gen 6, 2018

Rebibbia 24, il docufilm che unisce studenti e carcerati

L'esperienza di un gruppo di ragazzi che, con l'aiuto dei docenti, hanno portato il cinema all'interno del carcere di Rebibbia

Cosa ci fanno sette del Dams, dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo dell’Università Roma Tre, dietro le sbarre di un carcere? Un film. Ma se questo documento cinematografico nasce dall’esperienza del teatro in carcere ha un valore in più. Lo sanno Giulia Ammendolia, Filippo Giovannelli, Miriam Lomuscio, Mariangela Montaina, Federica Spada, Giulia Sperduti e Yaya Jia. studentessa cinese in Italia da circa due anni, che grazie al bando “Sillumina”, con il supporto di Mibact e Siae hanno portato le telecamere all’interno dell’auditorium di Rebibbia.

Rebibbia 24

Il risultato è Rebibbia 24 girato con la tecnologia ottica della più recente generazione di smartphone, stabilizzatori di immagine, droni, macchine da ripresa subacquea.
I ragazzi sono protagonisti in vari ruoli: autori della sceneggiatura, operatori di ripresa, montatori. Accanto a loro, sette studenti dell’istituto superiore statale Cine-tv “Roberto Rossellini” hanno collaborato alle riprese e i musicisti della Banda della scuola popolare di musica di Testaccio, guidati da Silverio Cortesi, hanno dato vita ad una nuova versione di Jailhouse Rock di Elvis Presley, girata proprio sul palco di Rebibbia.

Il coordinamento del progetto è di Fabio Cavalli, regista teatrale e cinematografico e docente del Laboratorio Arti dello Spettacolo 1 presso il Dams Roma Tre.

Com’è iniziato il progetto

Tutto è partito proprio dal palcoscenico. Da allievi del Laboratorio di Arti dello Spettacolo sono diventati collaboratori professionali nel progetto Rebibbia 24 che racconta il dietro le quinte dell’arte in carcere, a 24 fotogrammi al secondo. Dopo mesi di presenza sul palcoscenico del carcere romano insieme ai detenuti-attori del Teatro Libero di Rebibbia per la realizzazione dello spettacolo Hamlet, sette studenti hanno affiancato venti detenuti nella realizzazione di un docufilm che racconta frammenti delle biografie di ciascuno dei protagonisti.

«Quest’attività didattico-artistica, dai forti connotati civili, rappresenta perfettamente il senso che Roma Tre attribuisce alla “terza missione”, quale raccordo tra l’ateneo e la società», commenta il rettore di Roma Tre, Luca Pietromarchi. “Siamo fieri dei nostri studenti e dei loro docenti che, con tanto impegno e passione, fanno entrare l’università in luoghi chiusi, troppo spesso dimenticati, come le carceri. I nostri studenti e i detenuti attori, collaborando nello studio e nel processo creativo, testimoniano quanto possano essere incrociati i percorsi della formazione e della riabilitazione”.

A seguire il tutto Valentina Venturini, docente di storia del teatro, promotrice del protocollo d’intesa “Teatro e carcere” tra l’Università degli Studi Roma Tre/Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, il Ministero della Giustizia/Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.
Da lei ci siamo fatti spiegare il progetto.

L’intervista

Chi sono i ragazzi che hanno partecipato al progetto?
Sono alcuni studenti del laboratorio arti spettacolo, obbligatorio per i ragazzi del Dams. E’ tenuto da tre anni da Fabio Cavalli regista e guida del teatro libero di Rebibbia. Mezza parte viene effettuata con lezioni frontali, l’altra metà in carcere con attori detenuti.

Studenti che si sono appassionati a questo lavoro dietro le sbarre?
Dopo aver preso parte ad uno spettacolo che è andato in scena alla festa del cinema in streaming al Maxi e sul web, hanno chiesto di continuare a lavorare con i detenuti. La direzione li ha accolti e hanno proseguito creando un documentario. In realtà si è trasformato in un film. E’ venuta voglia di raccontare il teatro di Rebibbia attraverso gli occhi dei ragazzi. Una studentessa cinese in particolare ha avuto modo di vedere le differenze con il suo Paese. I ragazzi hanno scritto la loro sceneggiatura e i detenuti hanno avuto altrettanto modo di scrivere.

Cosa ha provato questa ragazza cinese?
E’ lei il filo rosso che unisce la storia personale di ciascuno a quel luogo misterioso, inquietante, sorprendente, che è il carcere e il suo teatro. Yaya, appassionata di arti dello spettacolo, entra per la prima volta in un contesto lontano dagli standard di giustizia e pena del suo immenso Paese: in Italia esistono carceri che racchiudono teatri che racchiudono uomini che sono altrettanto prigionieri quanto artisti. Lo stupore di Yaya è riflesso negli occhi dei suoi compagni di studio, che la accompagnano – ciascuno con la propria storia – in questa sorta di viaggio iniziatico verso la comprensione del mistero della libertà dell’arte che abbatte muri, cancelli, pregiudizi.

Gli studenti con questa esperienza hanno scoperto anche un altro modo di fare teatro?
Da noi in Italia è ormai una tradizione questa esperienza. Un altro modo di lavorare. L’impatto con la detenzione e la pena può bloccarti, nel momento in cui capisci che il palcoscenico ha una forza, cambia tutto. I ragazzi non pensavano di trovare gente così preparata, persone dalle quali imparare. L’importanza sociale di questa esperienza è riconosciuta. Abbiamo coinvolto spesso anche delle scuole superiore. E’ importante che la società capisca che si può allacciare un ponte. C’è un grande interesse da parte della gente e da parte degli istituti superiori. Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta puntando ad un reale coinvolgimento delle scuole.

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