Dispersione scolastica, quasi 140 mila studenti lasciano i banchi di scuola. I dati

Il MIUR ha presentato il documento finale della Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa, si parte dalla consapevolezza dei dati il fenomeno è in calo, ma il Sud è in netto ritardo

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – Art. 3 comma 2 della Costituzione della Repubblica italiana.

“Se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati” – Don Lorenzo Milani.

La dispersione non è un epifenomeno marginale, per quanto numericamente significativo; non è solo una disfunzione della scuola; per il sistema di istruzione e formazione non è un problema, è il problema. Ma, ancora di più, la dispersione è causa e insieme conseguenza di mancata crescita e, al contempo, di deficit democratico nei meccanismi di mobilità sociale del nostro Paese ed è l’indicatore di una deficienza del nostro sistema in termini di equità.  La conseguenza della dispersione non è solo la perdita, per centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi – in un Paese che fa pochi figli – delle opportunità che derivano dal compimento della scuola superiore o di una seria formazione professionale. La caduta di tali opportunità, infatti, comporta dei fortissimi rischi per ciascuna delle persone in crescita interessate. Condanna all’emarginazione sociale una fetta della popolazione all’avvio della vita con rischi multidimensionali in termini di minore aspettativa di vita, maggiore possibilità di contrarre malattie, di cadere in dipendenze da alcool e sostanze psicotrope, di delinquere, di essere precocemente messo fuori o ai margini del mercato del lavoro, di conoscere la povertà precoce e di non uscire dalla povertà per l’intera vita, di non partecipare alle comuni decisioni e all’esercizio dei diritti democratici. Inizia così il documento finale della Cabina di regia sulla dispersione scolastica e la povertà educativa istituita dalla Ministra Valeria Fedeli e guidata da Marco Rossi Doria, ex Sottosegretario all’Istruzione ed esperto del tema. Documento che oltre ad una panoramica completa sul fenomeno offre una serie di raccomandazioni sulle azioni da mettere in campo per contrastare con forza questo fenomeno.  Il gruppo, istituito a maggio del 2017, ha lavorato in questi mesi partendo dal quadro dei dati disponibili, nazionali ed europei.

 

I dati

Cala la dispersione scolastica, con un tasso del 13,8% di coloro che abbandonano precocemente gli studi (dato 2016) contro il 20,8% di dieci anni fa. L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Ma restano forti gli squilibri territoriali, con Sicilia, Campania, Sardegna sopra la media nazionale. I maschi sono più coinvolti delle femmine, così come percentuali più alte si registrano fra studentesse e studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia e fra coloro che partono da condizioni economiche e sociali meno vantaggiose. In Italia ci sono infatti oltre 1 milione di persone in crescita (fra i 3 e i 18 anni) e in età scolare che vivono in condizione di povertà assoluta.

 

Gli obiettivi da raggiungere

 

Fra gli obiettivi prefissati dal documento, l’abbattimento dei tassi di abbandono al di sotto del 10% (che è il limite europeo) in tutte le aree del Paese e l’aumento degli investimenti per elevare il livello delle conoscenze e competenze di base e di cittadinanza. Obiettivi da raggiungere mettendo in campo:

  • Una governance unitaria affidata al governo, con l’accordo di Regioni e Comuni, sotto il controllo del Parlamento per coordinare azioni e interventi, fare una ricognizione degli strumenti già in campo, concretizzare nuove proposte;
  • Un piano di azioni nazionale delle misure anti-dispersione;
  • L’individuazione di aree di educazione prioritaria su cui concentrare gli interventi (a partire dal rafforzamento del passaggio fra scuola primaria e secondaria);
  • L’allocazione di risorse sulla base dei risultati di apprendimento e dei tassi di dispersione;
  • L’estensione dei servizi per la prima infanzia;
  • Il rafforzamento delle reti territoriali per la valorizzazione delle buone pratiche;
  • L’attivazione di interventi per fare in modo che città e quartieri entrino sempre più in relazione con le comunità educanti;
  • Il rafforzamento della base di dati.

 

Strategia nazionale e centralità dei ragazzi

 

È un universo o, per dirla con una figura mitologica, un mostro a cento teste. E combattere un mostro a cento teste impone interventi multipli, variati, flessibili eppure costanti, sempre diversamente calibrati: strumenti, tattiche, approcci differenti ma entro un unico piano ben guidato e seguito nel tempo. Occorre, dunque, una strategia nazionale unitaria che, nel rispetto di competenze e responsabilità che sono plurali, riconosca che non si parte da zero e che molto già si va attuando, coordini e finalizzi le azioni e gli strumenti già messi a punto, ne preveda di nuovi, orienti gli interventi in ragione dei diversi problemi, eviti sovrapposizioni e vuoti, duplicazioni e carenze. Occorre affrontare il problema con uno sguardo ampio e con una visione prospettica. Occorre, insomma, un sistema di coerenze politiche che faccia capo al Governo, con l’accordo pieno di regioni e comuni e il forte controllo del Parlamento.

Non una nuova legge o un set di misure ulteriori ma una regia politica seria fondata su un patto nazionale condiviso che serva a riconoscere ciò che già funziona sostenendo la prospettiva di un consolidamento delle buone pratiche, eviti di dare seguito e di finanziare cose inutili, coordini le tante buone misure e azioni nazionali, regionali e locali, prospetti policies e operatività differenziate secondo diversi contesti, problemi, magnitudo dei fenomeni, etc. L’obiettivo del documento è la definizione di un piano che abbia tali caratteri nell’agire per contrastare la dispersione scolastica e per intervenire sulle periferie in termini di inclusione precoce di bambini e ragazzi, insieme educativa e sociale. La bussola per far sì che questo possa ragionevolmente accadere è data dalla centralità dei ragazzi e delle ragazze, dei loro diritti e dell’effettivo cambiamento nella loro concreta esistenza che ogni misura deve poter determinare e, perciò, nella definizione delle politiche in termini di azioni misurabili e documentabili secondo indicatori di outcome così come definito dall’UE per le politiche di coesione – le quali riguardano, indubbiamente e in primo luogo, proprio le politiche di contrasto del fallimento formativo

 

Il tasso di abbandono

 

I recenti dati del MIUR consentono di poter stimare un tasso potenziale di abbandono, per il periodo considerato, dell’1,35% nella secondaria di I grado e del 4,3% nella secondaria di II grado. E’ un dato assai più consistente rispetto a quello presentato nel Focus sulla dispersione precedente del MIUR (dello scorso anno) e che denota un grado di avvicinamento ai dati in uscita riferiti ai 25enni, spiegando meglio i passaggi critici nei quali è plausibile che avvengano gli abbandoni. Infatti, in termini assoluti, il MIUR oggi considera, grazie a dati sorvegliati e seriamente esaminati dell’Anagrafe, 23.000 alunni “a rischio dispersione” nella secondaria di I grado e 112.000 alunni nella scuola secondaria di II grado. Tali dati vanno certamente depurati ancora da probabili trasferimenti di scuola o verso la formazione professionale non registrati dal sistema a causa di molti fattori (la difficoltà di avere un controllo totale sui processi, la mancata applicazione in alcune regioni della norma 76/2005 o altro). Tuttavia ci si sta, appunto, avvicinando agli ordini di grandezza suggeriti dall’indicatore degli Early leavers from education and training – ELET.

Ecco le categorie di ragazzi che abbandonano che più preoccupa: quella dei precocissimi abbandoni della scuola durante il primo ciclo dell’istruzione obbligatoria, nelle “scuole medie”. Risulta che questi ragazzi sono:

– in numero maggiore nel Mezzogiorno;

– soprattutto in Sicilia e in Campania;

– in prevalenza maschi;

– spesso di origine straniera (3,3% contro lo 0,6% degli alunni di cittadinanza italiana), in particolare nati all’estero.

Ecco perché sono da tempo presenti – soprattutto nelle aree di massima crisi delle città del Mezzogiorno – sorprendenti esperienze di attivazione tra scuola e reti educative extra-scolastiche, capaci di creare e manutenere nel tempo comunità educanti solide, che si stanno mostrando capaci di contrastare il fenomeno non solo del fallimento formativo ma anche del rischio di caduta nelle maglie della criminalità organizzata e non. La raccolta, insieme ai protagonisti – insegnanti, educatori, decisori locali e anche ragazzi e famiglie – di queste esperienze e pratiche, in forma partecipata, può essere parte costituente della creazione di vere e proprie aree di educazione prioritaria.

 

 

Le nuove tecnologie – il cosa e il come dell’apprendimento

 

La rivoluzione digitale ha cambiato i modi di apprendere e tolto alla scuola il monopolio di come si impara: è una sfida gigantesca. Ma non è certo solo una questione di mezzi con i quali si impara. Oggi tutte le discipline – sia teoriche che pratiche – sono, infatti, caoticamente parte della rete e sono accessibili in mille forme, rapidamente. Con la possibilità, ulteriore, di essere manipolate, variate, confuse, confrontate, espanse e ricollocate anche in termini produttivi, on demand, con un’attenzione a una domanda sempre più differenziata e resa anche singolare, personale.  Lo stesso modo di imparare – il funzionamento del cervello umano – viene chiamato in causa: organizzazione della memoria, presenza simultanea di molti codici, compresenza di procedure analogiche e logiche, relazione immediata tra produzione costruita e fruita, etc. Questa è la prima generazione di docenti ed educatori che ha perso il monopolio delle conoscenze e dei mezzi per trasmetterle e che si misura, al contempo, con l’imparare, il produrre e il comunicare su vasta scala.  Ai docenti viene ora chiesto di insegnare a distinguere, scegliere, confrontare in mezzo a un mare di informazioni complesse e contraddittorie, valutando il sapere e le competenze che i giovani hanno acquisito in moltissimi modi, anche lontano dalla scuola e diversi da come loro hanno imparato. Un tempo-scuola e un tempo di apprendimento più ricco e flessibile è inevitabile e richiede, a sua volta, per i docenti, un tempo di preparazione del lavoro molto diverso dalla vecchia lezione: un modo che sia cognitivo, artigianale, produttivo, culturale insieme e che attraversi continuamente i confini tra scuola e fuori.

 

Il tempo di un’unica regia

Si calcola che “la riduzione di appena un punto percentuale del tasso europeo medio di abbandono scolastico significherebbe per l’economia europea quasi mezzo milione all’anno di giovani qualificati che trovano potenzialmente un’occupazione”.

In Italia l’azzeramento della dispersione produrrebbe tra 1,4% e il 6,8% del PIL, quindi da 21 miliardi di euro a 106 miliardi di euro, a seconda del livello di crescita del Paese. Negli ultimi anni la maggior parte dei Paesi membri ha significativamente ridotto i tassi di dispersione scolastica. L’Italia anche lo ha fatto ma, come si è mostrato, rimane un paese ad alto tasso di fallimento formativo. Anche grazie ai fondi strutturali proprio dell’UE, siamo fra i paesi ove la riduzione della dispersione scolastica e formativa è avvenuta in modo rilevante, soprattutto nelle regioni del Meridione, ma questi non hanno avuto un impatto di sistema tale da imprimere una definitiva inversione di rotta.

Il documento, presentato a Viale Trastevere, punta dunque ad abbattere il tasso di abbandono al di sotto del limite Ue del 10% in tutte le aree del paese, attraverso misure che prevedono anche l’estensione del tempo pieno, una didattica più flessibile, più formazione per i docenti, un nuovo patto fra scuola e famiglie. E l’aumento degli investimenti per elevare il livello delle conoscenze e
competenze di base e di cittadinanza. Sempre ponendo al centro i ragazzi.

 

 

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