Alex Corlazzoli

Alex Corlazzoli

Mar 15, 2018

Che cos’è e come si insegna il pensiero computazionale. Intervista a Giorgio Ventre

In molti in queste ore si stanno chiedendo che cosa sia il pensiero computazionale, la nuova "materia" indicata dal MIUR. Abbiamo chiesto delucidazioni a un esperto

Più attenzione alle lingue (quella madre e quelle straniere), al digitale, all’educazione alla sostenibilità e ai temi della Costituzione ma anche alla statistica e al coding. Sono queste le novità delle nuove indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione.

La bussola dell’insegnante

Il Comitato scientifico coordinato dal professor Italo Fiorin e la ministra Valeria Fedeli hanno presentato il documento che è la bussola dell’insegnante. Stiamo parlando di quello che un tempo avremmo chiamato “programma scolastico” e che dal 2012 ha preso un nuovo volto.

Alla programmazione le indicazioni sostituiscono la progettazione che deve nascere dalle esigenze presenti nella realtà in cui la scuola opera. Ogni docente dovrebbe conoscerle per poter svolgere con consapevolezza il suo ruolo. “Ci stiamo ritrovando, oggi, a riflettere sulle competenze e sulle conoscenze che ciascuno deve possedere per vivere, muoversi in modo attivo nella società, costruire una cultura della democrazia. Per partecipare con protagonismo alla vita del proprio Paese e del mondo – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli -. Stiamo ragionando sulla questione in termini innovativi: guardiamo alle competenze quali processi dinamici, in evoluzione”.

La statistica e il pensiero computazionale

Nelle nuove indicazioni trova spazio anche la statistica come disciplina che si serve della matematica per spiegare fenomeni e tendenze della natura, del mondo e della società che può essere utilizzata come efficace “cavallo di Troia” per avvicinare gli alunni alla matematica. Capitolo a parte anche per il pensiero computazionale che entra a far parte delle indicazioni nazionali portando un po’ di ansia tra chi ancora non ha ben compreso il valore del coding e non sa come affrontarlo nella vita d’ogni giorno in aula.

Ciò che ha elaborato la commissione è molto chiaro: “Per pensiero computazionale – cita il documento –  si intende un processo mentale che consente di risolvere problemi di varia natura seguendo metodi e strumenti specifici pianificando una strategia. È un processo logico creativo che, più o meno consapevolmente, viene messo in atto nella vita quotidiana per affrontare e risolvere problemi. L’educazione ad agire consapevolmente tale strategia consente di apprendere ad affrontare le situazioni in modo analitico, scomponendole nei vari aspetti che le caratterizzano e pianificando per ognuno le soluzioni più idonee”.

 

 

L’intervista all’esperto

Abbiamo cercato di capire qualcosa in più di cosa avverrà nelle scuole grazie a Giorgio Ventre, esperto di coding nel comitato scientifico coordinato da Fiorin.

Possiamo partire da un’affermazione un po’ provocatoria: non tutti hanno ancora capito cos’è il pensiero computazionale.

Certo. Questo inserimento, infatti, avrà successo se vi sarà il totale coinvolgimento dei docenti. Quando abbiamo iniziato a parlare di coding nel 2014 abbiamo coinvolto i docenti che l’hanno provato, sperimentato prima di portarlo in classe. Abbiamo coinvolto oltre 2 milioni di ragazzi. Dobbiamo capire che non è qualcosa legato solo alla tecnologia ma ad un ragionamento. Può essere insegnato con attività manuali, giochi non solo davanti al personal computer.

 

Uno strumento che non è patrimonio solo degli insegnanti di matematica o di informatica?

La tecnologia è l’ultimo passo. Non è altro che un modo di risolvere i problemi, è connesso alla logica e in parte alla matematica. Il pensiero computazionale deve servire anche per il docente d’italiano: imparare a vedere un tema in maniera tale da seguire un percorso può essere un buon modo per svolgerlo. Eviterei di associare il pensiero computazionale all’animatore digitale. Il coding dev’essere patrimonio di tutti.

 

Si può partire dai più piccoli?

Certo, sin dalla scuola dell’infanzia: l’approccio è ludico, attività con carta e penna, con giochi fatti in palestra. La speranza è proprio questa: essendo una metodologia di ragionamento prima s’avvicinano meglio è.

 

Arriverà l’ora di coding?

Non è una materia. Non essendo in un’ora inquadrata nella settimana, tuttavia,  è pericoloso. E’ evidente che le indicazioni vanno verso l’assegnazione di spazi e ore da affidare al pensiero computazionale ma non ci sarà l’ora di coding. L’approccio vincente è considerarlo in maniera trasversale, evitando di lasciarlo troppo al buon cuore.

 

Stiamo provando a recuperare un ritardo su questo tema?

Sono ottimista. Il nostro progetto nel 2014 partiva da un’iniziativa americana. Abbiamo ottenuto fin da subito un grande interesse. Oggi anche rispetto a Regno Unito e Francia, abbiamo recuperato. Negli Stati Uniti la situazione non è semplice: le iniziative sono legate ai diversi Stati. Da noi con l’ok del ministero siamo entrati in tutte le scuole.

 

Avere avuto a che fare con il pensiero computazionale a cosa servirà in futuro ai nostri ragazzi? Saranno preparati ad affrontare nuove sfide?

Sarà utile ad un avvocato, ad un medico così come ad un informatico perché stiamo parlando di competenze di interazioni. Se usi il pensiero computazionale lavori, parli meglio. Servirà  al cittadino 4.0

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