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Lug 9, 2018

L’ora del codice a scuola. E i ragazzi imparano a programmare videogiochi

Arriva a scuola "l'ora del Codice": così, tra i banchi, nascono piccoli ma divertenti videogiochi

Informatica sì, informatica no? Schermo sì, schermo no per i bambini? Le ricerche in questo campo sono ancora troppo poche ma a Genova c’è chi si è messo in testa di verificare quanto e se l’uso di un videogame può migliorare l’apprendimento a scuola.

A metter mano a questo ambizioso progetto è Augusto Chioccariello dell’istituto per le tecnologie didattiche del Cnr. Potendo contare su poche risorse hanno avviato il tutto solo a Genova dove hanno trovato la disponibilità della scuola primaria “De Scalzi – Polacco” e della media “Cantorre”. Un lavoro che durerà due anni e che coinvolgerà non solo gli studenti ma anche i docenti. L’idea è quella di far progettare i videogame direttamente agli studenti usando semplici applicativi per la programmazione con la fantasia e la creatività.

Un “gioco” nel gioco, quello sperimentato a Genova, che coinvolge bambini dai sette anni fino ad arrivare ai preadolescenti che in genere hanno grandi affinità con i videogame.

Un tema che in questi anni ha cominciato a “bussare” alle porte delle nostri classi con l’introduzione del coding.

Per mostrare che l’informatica non è difficile da capire l’organizzazione “Code.org” promuove da ormai cinque anni “L’ora del codice” ovvero esercitazioni per insegnare agli alunni le basi della programmazione software.

D’altro canto c’è chi fin dagli anni Sessanta aveva compreso l’importanza dell’informatica per l’apprendimento: è il caso di Seymour Papert, matematico e pedagogista che aveva teorizzato la presenza di un computer per ogni bambino su ogni banco.

L’intervista

Oggi qualcuno, soprattutto molti pedagogisti, mettono in dubbio l’utilità dello schermo e dell’uso della Rete ma chi fa ricerca continua a porsi domande, a cercare di capire direttamente sul campo. E’ il caso di Chioccariello che vorrebbe dimostrare quanto l’approccio all’informatica possa avere dei risultati sui bambini. La “prova” è stata fatta in queste due scuole di Genova.

Abbiamo cercato di capire qualcosa in più di questa ricerca direttamente sentendo il fisico che ha trascorso parecchio tempo con i ragazzi.

Perché ha sentito il desiderio di fare un lavoro di questo genere in una scuola italiana?

“Normalmente quando si fanno delle ricerche si cerca di vedere se quello che si ha in testa funziona. Lavoriamo con le scuole da parecchio tempo. In questo caso la nostra ricerca è diventata attuale. In Italia l’ultimo cambiamento di sostanza è stata l’introduzione della lingua straniera. Un vero cambiamento non è avvenuto. Se in giro per il mondo e per l’Europa va di “moda” programmare, allora è il caso di capire come possa funzionare. Noi ci poniamo domande: ha senso? Apprendono? Fare costruire i videogiochi è possibile? Questi sono gli interrogativi che si pone un ricercatore”.

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Il passo successivo è stato quello di trovare il contesto adatto…

“Abbiamo trovato le condizioni per fare una sperimentazione che duri nel tempo. Abbiamo cercato tra diversi dirigenti, alla fine abbiamo trovato una scuola il Maddalena Bertani, De Scalzi Polacco che ha un laboratorio in buone condizioni grazie ai genitori”.

 

Chi avete coinvolto in questo vostro progetto che nasce a Genova?

“I bambini dalla seconda fino alla quinta ma anche quelli della scuola secondaria di primo grado. La scuola primaria ha dodici computer, con un’Adsl tipo quelle che abbiamo in casa, nulla di fantasmagorico”.

 

Cosa avete fatto?

“L’idea è stata quella di fare cose che non si fanno con carta e matita. I bambini sono curiosi rispetto a ciò che vedono. Molti di loro hanno una passione per i videogiochi e a loro piace dare voce ad un disegno. Fargli vedere che lo possono fare è stato il nostro obiettivo. E’ bastato un registratore digitale per memorizzare le loro voci e l’aggiunta di un “minimo” di movimento alle loro creazioni. Altri sono partiti da storie scritte per arrivare a programmare sul computer con personaggi e movimenti.”.

 

E i più grandi?

“Alcuni di loro volevano rifare i giochi che usano. Per quelli che avevano più familiarità è stato facile. Ci sono bambini che in generale sono riusciti anche a compensare i loro problemi attraverso questo lavoro.

 

Ma non vi siete fermati ai ragazzi?

“Esatto. Abbiamo proposto anche di un corso di formazione per docenti. Ma per noi la cosa più importante è vedere come reagiscono i ragazzi: osservare se si divertano e imparano qualcosa. Abbiamo visto che apprendono davvero nuove. Il nostro gioco sta nel pensare che loro sono utenti, vanno messi nelle condizioni di passare dalla passività all’essere autori adeguati alla loro età. Accanto a questo è importante sapere che è necessario introdurre queste attività e fare in modo che siano in sinergia con quello che fa la scuola. Stiamo analizzando questo fenomeno”.

 

Una ricerca che mette un punto al dibattito in corso sull’utilità o meno di dare in mano un computer ad un bambino.

“Bisogna capire il contesto. Negare l’uso di queste cose è negare l’attualità. Dipende dall’uso che se ne fa. Un ragazzo che fa sport per 24 ore è un problema così come uno che passa ore ed ore al computer. L’anatema contro gli strumenti è fuori di testa. Se vogliamo parlare dei social dobbiamo offrire loro fin da piccoli su dei social controllati. Un bambino ha fatto un progetto e ha scelto di andare avanti se ci fossero stati dei commenti. Il grido “Al lupo al lupo” non aiuta. Nascondere un pezzo della società che prima o poi si incontra da adolescenti è un problema. Loris Malaguzzi considerava l’incontro tra un bambino e un computer l’incontro tra due grandi intelligenze”.

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