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Ago 30, 2018

Un docente italiano in finale per il titolo “miglior prof del mondo”: «I ragazzi di oggi sono meglio di come li dipingiamo»

Daniele Manni insegna informatica all’Istituto Galilei-Costa di Lecce. E grazie alle sue lezioni sono nate diverse startup innovative. Ora è in gara con altri 11 insegnanti provenienti dai quattro angoli del globo

Un passato da imprenditore di successo, un presente e un futuro da professore di liceo in uno storica scuola del Sud Italia. E nel suo lavoro quotidiano in classe sin da subito un obiettivo ambizioso, sfidante, innovativo: insegnare ai suoi giovani studenti di scuola superiore come pensare e fare un’azienda. «Agli inizi, ovvero una quindicina di anni fa, l’idea di far diventare i giovani imprenditori non era subito comprensibile e suonava un po’ strana ai ragazzi e alle loro famiglie: Ma i benefici per loro erano immediati: nei giovani si innestava da subito una grande fiducia in loro stessi e nel futuro». Così Daniele Manni, 59enne docente di informatica all’Istituto Galilei-Costa di Lecce.

Il professore è italo-canadese, veste sempre col maglione e adora l’imprenditorialità. Sarà anche per questo che è stato ribattezzato nel suo istituto il Marchionne della scuola italiana. «E pensare che per sei anni e fino al 1970 io e Marchionne abbiamo vissuto a pochi chilometri di distanza in Canada», racconta il professore, che ha all’attivo la creazione di quattro imprese, prima di passare nel ‘99 nella scuola, quella che lui stesso ha definito “la grande svolta”. Oggi insegna a sette classi differenti con una media di 23 studenti a classe, coprendo dal primo al quinto anno.

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In gara come unico italiano tra 12 prof al mondo

Il professore innovatore. E in gara per salire su un podio mondiale. Sarà lui l’unico italiano presente tra i dodici finalisti al mondo per il riconoscimento mondiale Innovation and Entrepreneurship Teaching Excellence Awards, il premio dedicato all’eccellenza didattica in tema di innovazione e imprenditorialità. La presentazione si terrà nell’ambito di una conferenza mondiale sull’imprenditorialità in programma il prossimo giovedì 20 e venerdì 21 settembre nella città portoghese di Aveiro. Quasi un bis: Manni nel 2015 è stato proposto anche per il “Nobel” per l’insegnamento, il noto Global Teacher Prize.

 

Professore, lei è candidato a un premio internazionale nell’insegnamento dell’imprenditorialità. Si aspettava questa chiamata?

«Assolutamente no, sono l’unico docente di scuola superiore, i miei “competitor” sono tutti universitari, ne sono orgoglioso».

 

In che modo si insegna l’imprenditorialità?

«Innanzitutto stando accanto ai ragazzi giorno per giorno nel pensare e realizzare un prodotto e un servizio reale. Con la costanza nei giovani scatta una molla, un “yes we can”. E tutto questo anche a 15 anni».

Come si insegna l’imprenditorialità ai ragazzi? Stando accanto a loro, con costanza

Che scuola frequentano i suoi studenti?

«Provano a fare impresa per davvero. Si accostano al mondo delle app e ragionano su soluzioni concrete per migliorare la vita quotidiana».

 

Quante idee imprenditoriali avete macinato in questi anni?

«Tante, veramente tante. Quasi una trentina. Poi otto sono diventate imprese operative. Una percentuale molto alta. Ma anche chi non ce l’ha fatta ha compreso l’importanza del fallimento. Fallire per poi ricominciare».

 

Qualche idea da segnalarci?

«C’è lo studente che ha creato un sito di ecommerce, un altro che ha ripensato la fornitura di arredi per il bagno, altri due hanno messo in pratica una impresa sociale contro il bullismo. L’ultima realtà nata è stata pensate da due ragazzi di 14 anni. Insieme hanno messo su una piattaforma per dare informazioni sui corsi di formazione. Il sito è online e in questi gironi stanno contattando i centri di formazione. E pensare che erano partiti da due idee differenti. Unendo le forze hanno fatto la differenza».

 

Come sono i giovani di oggi?

«Molto meglio del passato. Anche se su un punto sono pessimista, e lo dico da informatico: negli ultimi anni i ragazzi vivono incollati allo smartphone. C’è da dire che non lo fa solo questa generazione, perché anche i miei coetanei hanno questo rapporto esagerato col telefonino. Però l’abuso diventa un pericolo. Noi lo utilizziamo perché diventa uno strumento di lavoro, ma nelle lezioni andiamo oltre lo schermo».

Su un punto sono pessimista, e lo dico da docente informatico: negli ultimi anni i ragazzi vivono incollati allo smartphone

Che consiglio si sente di dare ai suoi studenti e a tutti gli studenti d’Italia?

«Di restare connessi, anche perché Internet e la tecnologia sono fondamentali. Ma di scommettere sui contatti umani, sulle relazioni dal vivo. Sono quelle che fanno al differenza».

 

E per fare impresa?

«Non basta avere delle idee, occorre crederci e portarle avanti. Ma andare oltre l’idea, pensare alla fattibilità, a ciò che viene chiamato execution. Ecco, su questo è importante lasciarsi consigliare, avere dei buoni maestri».

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