Che cosa significa il selfie per gli adolescenti (spiegato dallo psichiatra)

La tendenza che mostrano gli adolescenti a pubblicare i selfie è sinonimo di narcisismo oppure c’è dell’altro? Il parere di Federico Tonioni, psichiatra e responsabile del primo ambulatorio italiano per le dipendenze da Internet

Provate a cercare la parola “selfie” su Google immagini. Vedrete una serie di persone intente a farsi autoscatti. Per la stragrande maggioranza i soggetti hanno tutti le stesse caratteristiche: donne, adolescenti, con il telefonino messo di lato in modo da fare la foto di profilo o al massimo di tre quarti, con un occhio strizzato o con i capelli tutti da un lato. L’espressione è per lo più una smorfia, ma l’ampia gamma va dal bacetto allo stupore  fino al sorrisetto con labbra arricciate, che è il grande classico. Insomma, se cercate primi piani limpidi, occhi aperti, capelli in ordine, espressione naturale, non è qui che dovete cercare. I selfie non sono le foto-tessere da carta di identità. Tutt’altro. Questa smania di postare in continuazione i propri selfie sui social è una espressione di narcisismo consumato, di voglia di farsi vedere, di dare in pasto al mondo tutti se stessi? «Non proprio. E il fatto di nascondersi dietro ai capelli lunghi, o di farsi la foto includendo solo metà faccia è proprio il sintomo che gli adolescenti si mostrano, sì, ma secondo le loro dosi. Narcisismo? E’ proprio l’opposto”, dice il professor Federico Tonioni, psichiatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile del primo ambulatorio in Italia per le dipendenze da Internet, presso il Policlinico Gemelli di Roma.

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Il telefono, il dispositivo, è uno scudo per nascondersi o una lente per farsi vedere?

«Dunque, partiamo dal presupposto che ci sono due comunicazioni: quella verbale e quella non verbale, che passa per il corpo, e che dice sempre la verità. Pensate a un rossore: quante cose può dire? Tutto ciò che passa per la verbalizzazione, per le parole, può anche essere una menzogna. Mentre tutto ciò che passa per il corpo tocca sempre livelli molto più veri autentici di noi stessi. E non passa per lo schermo: è l’unica forma di comunicazione che ancora non è compresa nella cornice digitale. Su Skype se diventi rosso non si vede. Quindi lo schermo è sicuramente una barriera contro sollecitazioni emotive eccessive, che non si reggono».

Cosa si comunica con il selfie?

«Il selfie è una presentazione di noi stessi, dove in teoria, essendo online, non è compreso lo stato d’animo. Ed il problema è proprio esprimere online quello che uno ha dentro. Il non poter manifestare l’emotività attraverso il digitale ha fatto in modo, secondo me, di far prevalere nei selfie, soprattutto quelli che si vedono su Instagram, pubblicati dai ragazzi nella fascia 11-15 anni, una tendenza: vengono fatti senza far vedere gli occhi. Il nascondere gli occhi coprendoli con i capelli o semplicemente facendosi una foto con metà viso, io credo che abbia un significato preciso, che sia un tentativo inconsapevole degli adolescenti di invitare gli altri a farsi conoscere».

Gli occhi sono davvero così importanti? Gli adolescenti sembra che stiano più attenti all’acconciatura o all’espressione delle labbra. 

«Appunto. Li coprono inconsapevolmente. L’occhio non è come gli altri organi, è qualcosa di particolare. Guardare una persona negli occhi significa in fondo cogliere le intenzioni di quella persona, e non è un caso che gli antichi dicevano che l’occhio è lo specchio dell’anima. La pupilla, infatti, è l’unico elemento del sistema nervoso centrale, quindi di qualcosa che sta dentro, che affiora all’esterno senza una corteccia, una protezione. Per cui gli antichi non si sbagliavano quando dicevano che dalla pupilla si potesse entrare dentro le persone. Io credo che coprirsi gli occhi nelle pagine di qualsiasi social network sia un invito a conoscere qualcosa di più di loro».

I profili che gli adolescenti si costruiscono online sono quindi parziali?

«Tutti noi, da adolescenti, abbiamo mostrato un’immagine di noi stessi che rappresentava il nostro ideale. E’ una costruzione che coincide con la nostra speranza di essere così. Gli adolescenti vivono come se fossero il romanzo di loro stessi: ma mentre prima questa costruzione si faceva solo nella nostra mente, ora si fa sui social. Quindi se prima era possibile tornare indietro, ora no, perché il profilo digitale resta. E visto che le relazioni che hanno con i coetanei sono le relazioni più importanti per gli adolescenti, avere delle relazioni sbagliate può essere un problema che, alla lunga e nelle situazioni più estreme può portare al ritiro sociale. Il numero delle ore di connessione non è mai un problema clinico, il ritiro sociale sì: una delle prime domande che si fanno ai ragazzi che vengono in ambulatorio è se fanno sport. Uno dei primi segni del ritiro sociale è la mancanza di sport, è il disinvestimento dal corpo, per chiudersi in casa e cercare socialità attraverso la tecnologia. Ma naturalmente questi sono solo i casi più gravi».

@carlottabalena

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