“Twitto la letteratura e assegno compiti di coding per Natale: la mia vita da animatrice digitale”

Intervista a Stefania Bassi, animatrice digitale e maestra elementare a Roma: la sua scuola è tra i vincitori del concorso del Miur per il Piano Nazionale Scuola Digitale

La figura di animatore digitale in Italia è la novità introdotta a fine ottobre dal Piano Nazionale Scuola Digitale, per tenere alta l’attenzione sui temi dell’innovazione all’interno della scuola, in tre ambiti principali: formazione interna, coinvolgimento della comunità scolastica, creazione di soluzioni innovative. I docenti scelti hanno il compito di guidare per tre anni gli istituti verso la digitalizzazione. In questo contesto, abbiamo incontrato Stefania Bassi: quarant’anni, maestra elementare da venti presso l’Istituto Comprensivo C.A. Dalla Chiesa di Roma, oggi anche animatrice digitale.

Leggi anche: Tutto quello che c’è da sapere sull’animatore digitale, spiegato da chi l’ha introdotto

proiettore

Parlaci del tuo “nuovo” ruolo da animatrice digitale.

«Come tantissimi miei colleghi in tutta Italia, da tempo animo spontaneamente le attività digitali della mia scuola e, devo ammettere, di essermi naturalmente e facilmente immedesimata nel “nuovo” ruolo di Animatore Digitale, così come è stato riconosciuto e definito nel PNSD. Quando a fine ottobre ho letto il Piano Nazionale Scuola Digitale ho visto finalmente descritta la scuola nella quale ho sempre desiderato lavorare: una scuola aperta, aggiornata, collaborativa, inclusiva, ricca di apprendimento. Una scuola in cui protagonista non è più necessariamente la lezione tradizionale dove la maestra fa monologhi su monologhi, dove il docente parla e l’alunno riceve passivamente le informazioni, ma prevede il naturale coinvolgimento degli studenti nelle attività didattiche affinché gli stessi possano sentirsi parte attiva della scuola per aggiungere valore, per costruire i propri saperi, per sviluppare le proprie competenze».

E’ questo che significa essere animatrice?

«Prima ancora di essere un’animatrice digitale sono una maestra che non si limita a passare conoscenza, ma prova ad insegnare la vita. Oggi i ragazzi hanno bisogno di modelli significativi in cui identificarsi, ecco perché l’atteggiamento culturale e umano dell’insegnante ha enorme importanza. I ragazzi attribuiscono generalmente maggiore importanza a ciò che siamo rispetto a ciò che insegniamo: etica, empatia, autorevolezza, rispetto, passione sono i valori chiave, perché fattori di motivazione. Sapere insegnare la vita, credo sia questo il compito principale di un bravo maestro».

Credi che nella scuola italiana sia una sfida?

«Ho ricevuto l’investitura del ruolo di Animatrice Digitale dalla preside del mio istituto a dicembre, ho appreso la comunicazione con felicità e come qualcosa di molto spontaneo. Sono promotrice di attività didattico-digitali nella mia scuola da un bel po’, e spesso la mia curiosità verso il mondo digitale mi ha portata prima a sperimentare come allieva le nuove attività, poi a testarle insieme agli altri insegnanti e infine a trasferirle: insegnandole agli alunni. Quando ero piccola, mi piaceva smontare e rimontare i computer, forse è per questo motivo che oggi amo insegnare tecnologia, nella sua accezione più ampia, ai miei piccoli studenti. Sono convinta che una scuola meno composta e più rumorosa,  meno tradizionale, meno “istruzionista” e, perché no, più partecipativa sia la chiave per liberare le potenzialità dei miei piccoli cittadini del futuro».

Forse, in Italia, la vera sfida è insegnare in un’aula in cui i banchi hanno ancora il porta calamaio…

«La scuola italiana è ricca di contraddizioni, esattamente come il nostro Paese, ma il bello sta proprio nel saper leggere in chiave positiva la sfida e affrontare tutte queste contraddizioni come un’opportunità. Un’aula aumentata di tecnologia con l’insegnamento di nuove attività come il coding, gli atelier creativi, le app digitali, può e deve avvenire anche tra i banchi sgangherati, alcuni dei quali molto antichi hanno ancora il porta calamaio».

In che modo stai diffondendo la cultura digitale nel tuo istituto?

«Ho deciso di portare il digitale nella mia classe, in modo pragmatico e con la leggerezza dei piccoli passi, superando quello che noi insegnanti chiamiamo “effetto wow”, ossia l’effetto di entusiasmo temporaneo che si suscita nei bambini per pochi minuti ma poi non lascia nulla, nessun ricordo, nessun tipo d’insegnamento. Nelle mie classi, oltre alla LIM, per insegnare adopero spesso un proiettore (donato dai genitori dei miei alunni che si sono autofinanziati) lo collego al mio iPad e proietto le lezioni di didattica digitale.

Come scuola e come insegnate, abbiamo deciso di puntare molto sul coding, che consideriamo il pilastro della didattica del futuro.

Riteniamo che l’apprendimento del linguaggio di programmazione sin dalla scuola dell’infanzia sia fondamentale e riesca anche con maggiori risultati. I bambini più sono piccoli e più apprendono con meno fatica, soprattutto attraverso il gioco. Così faccio loro lezioni di coding come un vero e proprio gioco, perché il gioco è una cosa seria: i miei alunni adorano scratch!».

microscopio

Qualche esempio pratico?

«Questo Natale per avvicinare sempre più i bambini (e in fondo anche molti genitori) all’argomento del coding, ho assegnato come compiti per le vacanze: codeSpark, un gioco  che superando una serie di livelli, consente di prendere un attestato. Per la prima volta tutti hanno fatto i compiti delle vacanze, e tutti hanno preso l’attestato. Altro strumento fondamentale, per una cultura dell’uso digitale nella mia scuola, per me è l’utilizzo di dropbox. Una cartella virtuale, in cui condivido con inseganti, studenti, genitori: file, video, foto, lavori, documenti, compiti. Condividere i saperi è importantissimo, anche per capitalizzare i lavori e le buone pratiche in un’ottica di collaborazione, di condivisione e di diffusione della conoscenza.

Ultimamente mi sono dotata di un ingranditore da cellulare, un microscopio da telecamera con il quale esaminiamo alcuni oggetti e i materiali con i quali sono fatti.

Osservare la coda di una lucertola e proiettarla ingrandita sullo schermo, stimola la fantasia degli alunni».

Cosa pensi dei social network a scuola?

«Fino a un anno fa, nonostante la mia passione per la tecnologia e l’innovazione, non avevo messo mai piede sul pianeta dei social. Poi, incoraggiata da amiche e colleghe, mi sono lanciata su twitter con l’account @wlascuolaviva, dove ho cominciato a cinguettare in 140 caratteri quello che c’è di memorabile nella giornata scolastica. Questa è stata la mia prima esperienza di didattica-social fino allo scorso maggio, quando è piombata in classe @aliceavventure, a scombinare tutto. L’idea è di Paola Mattioli, mia collega nonché espertissima maestra social, che, in occasione  del centenario della nascita letteraria di “Alice nel paese delle meraviglie”, mi ha proposto di partecipare a un progetto di TwLetteratura: la riscrittura collettiva del classico di Carroll. Nonostante fossi appena sbarcata sul pianeta twitter, e non avessi maturato sufficiente esperienza, ho pensato che l’unico modo per capire se i social potessero rivelarsi utili anche in ambito didattico per una esperienza di apprendimento fosse farlo. Così, sentita la dirigente, ho inaugurato un account di plesso @europaprimaria! e iniziato la nuova esperienza di didattica social. Dire che abbiamo “letto” il libro sarebbe davvero riduttivo. E’ più verosimile dire, abbiamo “abitato” uno spazio letterario virtuale, convivendo insieme ad Alice, allo stralunato @CappellaioTw e alla collerica @ReginaCuoriTw.

Ho visto bambini preferire la lettura di Alice alla ricreazione

riconoscere il sorriso dello stregatto dovunque, anche in una crosta di pane a mensa; ho visto maestre portare teiere e biscotti per rivivere la scena clou del testo, stravolgere il programma  di italiano per dedicarsi un mese ad inseguire senza tregua il Bianconiglio; ho visto spuntare in classe decine di libri procurati dalle famiglie, tutti diversi ma tutti della stessa storia di Alice. Provo a raccontare cosa ritengo abbia contribuito a trasformare la lettura di un classico in un’esperienza totalmente innovativa e digitale: la lettura scadenzata da un calendario condiviso ha ritmato la nostra lettura e la riscrittura, costringendoci a soffermarci e riflettere sul testo più di quello che singolarmente avremmo fatto.

Dove temevo che ci sarebbe stata la superficialità dei 140 caratteri, ho trovato l’efficacia della sintesi.

Finalmente, una classe elementare ha abitato uno spazio letterario virtuale».

Qual è stata finora l’esperienza più intensa da animatrice digitale?

«Ripensandoci ora, l’esperienza di animazione più intensa, l’ho sicuramente vissuta in occasione della Settimana del Piano Nazionale per la Scuola Digitale, che si è tenuta dal 7 al 15 dicembre”. Nonostante il tempo a disposizione fosse pochissimo, mi sembrava un’opportunità unica per coinvolgere la nostra comunità scolastica sui temi del digitale e dell’innovazione. Per me, l’occasione andava colta al volo: ho così pensato di proporre un laboratorio-show di didattica digitale, dal titolo:APPrenderò: giochiamo alla Scuola del Futuro, immaginando la scuola digitale che sarà!”. Nel giro di poche ore insieme agli altri insegnati abbiamo tirato giù un calendario di due giorni di iniziative didattico-digitali, dando vita ad un laboratorio per tutte le terze e quarte dell’istituto e coinvolgendo 15 classi, per un totale di circa 350 alunni. Inoltre grazie alla disponibilità del personale ATA, in quelle giornate, uno dei plessi è rimasto aperto fino a sera, per replicare il laboratorio e soprattutto per consentire la partecipazione di tutti gli studenti e le famiglie del quartiere. Cruciale è stato infatti il coinvolgimento dei genitori, e per far questo, abbiamo adottato, tra le altre cose, una nuova forma di comunicazione: abbiamo lanciato la scuola sui social, in particolare su Twitter, invitando così i genitori a scrivere con un semplice tweet sull’evento. Nel laboratorio-show i bambini hanno così potuto sperimentare tante piccole, ma significative, esperienze che parlavano di robotica, digital storytelling, realtà aumentata e coding». 

Il laboratorio ha avuto anche un seguito?

«Sì: l’esperienza ha avuto successo a tal punto che abbiamo deciso, d’accordo con la dirigente scolastica, i maestri e gli alunni di rinnovarla. Siamo ormai alla dodicesima replica! (l’ultimo laboratorio si è tenuto venerdì 26 febbraio). Quasi dimenticavo, per non farci mancare nulla, abbiamo deciso di raccontare il nostro laboratorio-show  di didattica digitale con un video semplice ed essenziale che ha vinto il primo premio del concorso #ilmioPNSD (che ha riconosciuto le migliori cinque proposte di attività svolte in Italia nella Settimana del PNSD) forse perché interpretava l’emozione dei bambini e le intenzioni di educatori, genitori e insegnanti, per la scuola che sarà. Come spesso accade quando ci si mette in gioco, ciò che abbiamo ricevuto alla fine di questa esperienza è molto più di quello che avremmo potuto immaginare. Ecco il video:

Cosa vuol dire per te innovazione a scuola ?

«Saper creare entusiasmo. L’innovazione è la vera protagonista della scuola, si tratta di una questione culturale e educativa, noi insegnanti siamo il mezzo per trasferirla, perché la scuola sia un posto speciale per far crescere i cittadini del domani».

@grocco4

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