Portiamo la maker culture nelle scuole. Micelli: «Innovazione e creatività sono il futuro del lavoro»

La maker culture determina un nuovo modo di pensare legato alla valorizzazione del fai-da-te tecnologico. Le testimonianze di Daniele Pauletto e Stefano Micelli

Tecnologie, innovazione e nuovi modelli di progettazione e di pensiero si stanno lentamente facendo spazio nel mondo della scuola. Accanto alle lezioni frontali, ai libri cartacei, alle nozioni da imparare a memoria e ai compiti in classe, alcuni docenti preparati e lungimiranti stanno introducendo, specialmente negli istituti tecnici, la cultura dei Maker. E quindi un modo di pensare legato al fai-da-te tecnologico, all’utilizzo delle mani e alla valorizzazione del Fare e del Pensare, in un approccio ingegneristico e di ricerca che sprona gli studenti a cimentarsi con nuove frontiere.

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Una rivoluzione, questa, in corso nelle scuole del nostro Paese, mentre si aprono sempre più di frequente nelle città FabLab e spazi in cui maker, appassionati e artigiani digitali si incontrano per sperimentare alle prese con stampanti 3D, Arduino, taglierine laser, macchine a controllo numerico, sensori e robot.

Il percorso dalla scuola verso una maker culture diffusa è un percorso che richiede tempo e investimenti, oltre naturalmente agli strumenti adatti e a docenti illuminati e innovatori. Si tratta di un passaggio da un tipo di formazione passiva un approccio orientato alla creatività, alla messa in gioco e all’innovazione. Tutti requisiti che torneranno utili agli studenti un domani: «E’ importante che i giovani si dispongano all’innovazione e alla creatività», spiega Stefano Micelli, docente all’Università Cà Foscari di Venezia e autore del libro Futuro Artigiano (Marsilio), «capacità che verranno loro richieste nel mercato del lavoro. La sfida vera è far sì che i giovani imparino a pensare e ripensare il mondo che li circonda».

Una formazione che stravolge le regole e rivede i ruoli: una scuola in cui si diffonde la cultura del fare tipica dei Maker, è una scuola in cui alunni e docenti si pongono a uno stesso livello, in cui vige la collaborazione, la condivisione di progetti e un approfondimento che va al di là dei libri. D’altronde, quello della maker culture è un approccio completamente differente rispetto a quello della scuola tradizionale: «Il mondo maker – prosegue Stefano Micelli – lavora su progetti, non su discipline, a differenza del mondo scolastico. Si tratta quindi di due esperienze di apprendimento differenti, di un modo nuovo di ragionare in cui la manualità diventa centrale insieme all’idea di indipendenza, dove sei tu che ti costruisci la tua lettura e definisci le tue priorità».

E se la Maker Faire di Roma sta invitando gli studenti-maker delle scuole superiori d’Italia e i loro docenti a presentare i propri progetti con l’iniziativa Call4School, diverse e forse troppo poco documentate sono le iniziative che alcuni alunni stanno portando avanti tra le mura delle proprie classi. Come nel caso dell’Ipsia Galileo Galilei di Castelfranco Veneto (Treviso) dove il prof. Daniele Pauletto, insieme a un gruppo di studenti, ha costruito un drone, ovvero un piccolo velivolo radiocomandato, ipotizzandone numerosi usi concreti possibili e vicini alle esigenze dei cittadini, e su cui alcuni studenti di quinta hanno elaborato la tesina di maturità.

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Il progetto, partito nel 2013, ha visto impegnati i ragazzi di quinta ma anche alcune classi del ramo elettronico, di produzioni industriali e di manutenzione, e si inserisce all’interno di un vero e proprio MakerLab, in cui a dominare sono creatività e sapere manuale. «L’iniziale laboratorio dei droni (DroneLab) – spiega il prof. Pauletto – si è progressivamente allargato a laboratorio del fare, trasversale alle discipline scolastiche: elettronica, meccanica, telecomunicazioni, fisica, scienze, tecnologie informatiche, laboratori tecnologici, digital social e  audiovideo che documenta le esperienze». Ma soprattutto, oltre a cimentarsi con lo studio e la realizzazione di droni, ne sono stati proposti anche numerosi utilizzi, il primo dei quali prevede la consegna di farmaci a domicilio a persone con problemi di deambulazione, ma non solo: «Le applicazioni pensate e realizzate – prosegue Pauletto – sono state diverse, ad esempio si è dato voce (via bluetooth e wireless) ai droni per trasformarli in “guide turistiche” che accompagnano i turisti nelle viste al Museo del Giorgione o in Duomo alla Pala del Giorgione. Abbiamo ideato i droni colf che fanno pulizie, spolverano con panni o lavano e asciugano i pavimenti. E poi abbiamo ideato il drone sommelier che versa a goccia la preziosa Grappa di Cartizze. L’importante, per tutte le possibili applicazioni, è trasformare il drone o minidrone in un oggetto multifunzionale».

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Terminate le lezioni, le attività dell’Ipsia Galilei non si fermano: proseguono con alcune classi all’interno del Maker Campus tre volte alla settimana. Il tema d’altronde, appassiona gli studenti, che si avvicinano alle tecnologie proponendo nuovi utilizzi e sperimentando.

«La maker culture – dichiara il docente – crea nuove opportunità anche al di fuori delle pareti scolastiche, come nel caso di alcuni tesine di maturità di miei alunni di quinta che stanno interessando alcuni vivaisti per quel che riguarda la gestione della serra e l’innaffiatura con la scheda Arduino; oppure con gli smartphone, utilizzando vari tag NFC programmati con delle App, si stanno coinvolgendo pizzerie e altri esercizi commerciali per la gestione delle prenotazioni. E allo stesso modo i minidroni con apparecchiature fotografiche e video per l’ispezione dei tetti e degli edifici stanno attirando l’attenzione di architetti, imprese edili e Comuni».

Idee, insomma, che trovano attuazione concreta e che avvicinano gli studenti al mondo del lavoro.

3 Commenti a “Portiamo la maker culture nelle scuole. Micelli: «Innovazione e creatività sono il futuro del lavoro»”

  1. Carlo

    Lentamente, dovuto ai mille problemi delle scuole, questo si’. Ma non e’ così recente. Sono svariati anni che alcuni professori romani, e non solo, portano avanti attivita’ di questo tipo. Spronando gli studenti a realizzare qualcosa che non e’ fine a se stessa, ma che deve funzionare, e meglio degli altri se si vuole vincere. Come nel caso della recente RoboCupJunior (dove, al contrario della RoboCup, i “calciatori” non sono solo programmati, sono autocostruiti)…
    e’ solo un esempio, anche se, come dice qualcuno, sempre intorno al calcio. Ma, didatticamente parlando, racchiude molte qualita’: il gioco di squadra, le strategie e, non ultima, la voglia di vincere, che spinge a fare qualcosa di piu’, non il semplice cubo da realizzare con la lima nelle ore di “aggiustaggio” dei miei tempi!
    Carlo

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