Dianora Bardi, ecco le lezioni (non convenzionali) dell’ambasciatrice della scuola digitale

Dianora Bardi, che ha anche ispirato una delle tracce della maturità 2014, è stata la prima insegnante a fare lezione con i tablet. Ecco come organizza le sue lezioni non convenzionali

Al liceo Lussana di Bergamo il futuro è già arrivato. La professoressa Dianora Bardi (un suo testo tratto da Nova24 è stato anche inserito tra i documenti per il saggio breve sulla tecnologia nella prima prova di maturità di quest’anno), insegnante di lettere, ha introdotto nelle sue lezioni i tablet già dal 2010, ed è stata la prima a farlo nel nostro Paese. Le lezioni sono non convenzionali, con gli studenti seduti in cerchio o per terra: iPad e smartphone accesi, chat attiva e via alle ricerche tra YouTube e siti istituzionali.

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In  fondo, un modo di fare scuola molto più aderente alla realtà rispetto alla didattica tradizionale: oggi la ricerca di informazioni, luoghi, dati, servizi e mappe passa per il digitale. Perché non introdurre gli strumenti che ci accompagnano nel quotidiano anche nelle scuole? E il modo di fare lezione si rivoluziona.  “La mia è una classe scomposta”, spiega la professoressa Bardi, “i ragazzi si siedono dove vogliono e il docente non si pone più nella mera posizione di chi fornisce informazioni, ma le informazioni si recepiscono dalla Rete e su di esse si lavora insieme, in gruppo, in uno spazio destabilizzato. Dai testi didattici di carta, tuttavia, non si può prescindere, e sono presenti in classe, ma vengono integrati dai dati che si trovano in internet, dalle fonti che vengono rielaborate, dalla condivisione dei materiali e dal dibattito che ne esce”.

E così gli studenti preparano ebook, power point, articoli, imparando a individuare insieme all’insegnante i siti autorevoli e scientificamente validi, come quelli istituzionali, delle biblioteche, dei centri di ricerca o di autori consolidati. “Questo metodo di fare scuola”, aggiunge la Bardi, “implica il confronto, ma anche il vedere insieme video su YouTube. I ragazzi imparano a essere creativi, autonomi e protagonisti, e a lavorare in gruppo. Perché poi è questo che serve nel mondo del lavoro no?”.

Analisi logica e far di conto non possono mancare, naturalmente, ma a essere diverso è il metodo con cui si insegna, e quello della Bardi può essere diffuso e appreso. Lei lo fa con Impara Digitale, associazione di cui è vice presidente, nata nel 2012 proprio dalla sua esperienza bergamasca. Attraverso questo Centro Studi viene diffuso un nuovo approccio alla didattica, un insieme di linee guida trasmesso ai docenti italiani attraverso incontri città per città, con metodi costruiti in maniera differente a seconda delle esigenze delle scuole.

“L’obiettivo è quello di rendere la scuola consapevole della rivoluzione digitale in corso e della sfida che ci porta, capendo come coglierla e affrontarla”, spiega Dianora Bardi. “Il digitale è inevitabile e i professori vanno formati. Non basta mettere un tablet in mano agli studenti: se non si cambia metodo di insegnamento, gli studenti si distraggono e il tablet diventa uno svago, non uno strumento per apprendere”.

Certo, non si può ignorare il problema della mancanza di banda larga, di rete e di fondi, ma alcune scuole si stanno già sensibilizzando. “La Basilicata sta partendo con la digitalizzazione grazie alla Regione e da settembre Impara Digitale farà formazione ai docenti. In estate terremo una Summer School rivolta ai formatori nelle Marche, dove l’attenzione per il tema è alta, così come in Emilia Romagna e in Lombardia, che è la regione più digitalizzata con una spesa di 39 milioni di euro in due anni dedicati alle tecnologie mobili nelle scuole superiori”.

A mancare, però, è la documentazione delle misure introdotte nelle realtà scolastiche: “Le istituzioni regionali”, conclude la Bardi, “stanno capendo l’importanza di azioni sistematiche e progetti da sviluppare, ma esistono già scuole virtuosissime che però non documentano ciò che fanno, e quindi non ne resta traccia né esempio, e questo non va bene. Occorre documentare, sistematizzare e ingegnerizzare i metodi, evitando così l’autoreferenzialità”.

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