Come arrivare al benessere digitale secondo uno studente di Pordenone

Se fosse sindaco Matteo Troìa, 21 anni, riuscirebbe a portare la sua città al benessere digitale attraverso queste 4 semplice mosse

Ci sono cose che è possibile fare a costo zero, o a costi minimi. Se fossi il responsabile di un assessorato all’innovazione, o se fossi un sindaco, o se fossi semplicemente un cittadino a cui sta a cuore un “ benessere digitale ” sufficiente nella propria comunità, mi concentrerei innanzitutto su poche cose, semplici, non per questo banali.

matteo troia

#1. Offrirei prese di corrente per tutti

Farei un giro di “ricerca prese di corrente” nella mia città, un piccolo censimento di dove nei luoghi pubblici, mancano delle prese di corrente strategiche. Abbiamo ogni giorno a che fare con dispositivi che, ahinoi, richiedono sempre più energia, così tendono a scaricarsi in fretta. Una spina per ricaricare i nostri device non è solo comoda, è d’obbligo. Vi scrivo da una biblioteca piuttosto grande.

Il mio computer quatto quatto si sta scaricando e vedo nell’angolino destro la batteria che lentamente (neanche poi tanto) diminuisce. Prevenire è meglio che curare e dunque mi guardo attorno, alla ricerca di un po’ di eventuale energia, ma è avvilente scoprire che non c’è una e una sola presa di corrente alla quale potrò attaccarmi quando verrò abbandonato dai milliampere residui. Dovrò forse accontentarmi della connessione di cui godo ora, un chiaro miracolo dell’ingegno umano nell’averla resa disponibile entro queste vecchie mura.

#2. Abolirei il WiFi in piazza

Abolirei il concetto di “WiFi in piazza”, se questo diventa lo slogan politico di un’amministrazione che deve dimostrare che sta facendo qualcosa. Meglio se invece c’è un dietro un progetto, un programma, un senso, un utilizzo effettivo. Perché, siamo seri, quanto veramente serve oggi ad un cittadino? Dipende. Dotare la propria piazza di una connessione WiFi può essere utile. Serve a poco una connessione WiFi in piazza se non si offre alla comunità l’occasione di sentire il reale bisogno di connettività.

Perché mica tutti hanno tutta queste necessità di Rete sapete? Soprattutto in paesini dove la percentuale di over 60 è sufficientemente alta da ritenere il WiFi in piazza una “brutta parola che non so nemmeno cosa vuol dire”. Il compito nostro, o di chi amministra comunità, è quello di creare la “sete di Internet”, che può sembrare un concetto banale, ma non lo è. Avere “sete di Internet” vuol dire avere “sete di conoscenza”, e la sete di conoscenza sottintende alla sete, al bisogno, alla volontà di imparare, di informarsi, di “estendersi”: in potenzialità, competenze e possibilità.

Banalmente poi, una piazza che dispone di connettività deve essere anche una piazza agibile, comoda, presentabile, sicura. Dove ovviamente ci si può sedere su una panchina e navigare eventualmente in internet.

#3. Diffonderei competenze utili

Mi ostinerei ogni giorno a rendere più facili i processi che hanno subito una digitalizzazione, magari totale, magari parziale. Le figure di riferimento delle nostre comunità oggi, dai sindaci agli assessori, dai cittadini esperti ai digital champions, devono impegnarsi a rendere accessibili gli strumenti della tecnologia.

Perché la tecnologia fine a sé stessa ha portato nella storia a grosse catastrofi o a guerre dal risvolto drammatico, combattute tra le grandi potenze mondiali. In gioco c’erano degli interessi economici. La tecnologia accessibile è invece la tecnologia vincente. Di che si tratta? Si tratta fondamentalmente di un approccio diverso. Si tratta di rendere semplici cose che semplici lo sono davvero.

Semplificare, diceva qualcuno, significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il necessario. In gioco questa volta ci sono le persone, ci siamo noi. Dunque, ha senso domandarsi: “ad un cittadino di mezza età serve realmente avere conoscenze sulle mille sfaccettature del digitale, riempiendolo di parole complicate e straniere, o basta che intanto impari a rendersi autonomo nel soddisfare le sue necessità primarie?”

Poi la curiosità di spingersi più in là arriverà sicuramente, da sola, provando e sperimentando. Facilitare dunque, significa trasmettere quelle competenze che intanto cercando di rendere omogenee le capacità dei cittadini, perlomeno tentando di appianare quanto più possibile il divario digitale.

#4. Vorrei più momenti di confronto

Se volessi cercare una quarta cosa da fare a costo zero, o a costi minimi, comincerei ad inserire nel mio programma d’azione una serie di confronti. Confronti veri, quelli tradizionali, lasciando perdere Skypecall o cose simili. Cercherei di riappropriarmi di quel diritto fondamentale in una democrazia, che è oggi la cima di quei (diritti) valori verso cui siamo meno interessati, perché avviliti, perché sfiduciati.

È il diritto di confrontarsi, di dire la propria, di proporre al fine di capire, di ragionare assieme al fine di costruire. La gente “normale” (intendendo quella non esperta del settore) assolutamente – non sa! – non sa, non conosce gli strumenti che la tecnologia offre oggi, non ne conosce i benefici, non ne è interessata come tutti noi non siamo interessati alle cose che crediamo non ci tocchino direttamente. Invece il digitale si distacca nettamente dall’essere un settore, o una moda, o un argomento fra tanti, ma trasversalmente attraversa le nostre vite. Cambia tutto. In una frase: cambia il nostro modo di vivere e di essere cittadini del mondo.

Confrontarsi, parlarne assieme nelle nostre comunità, spiegare e portare a conoscenza della collettività questa rivoluzione, potrebbe essere un serio e reale punto dal quale cominciare a renderci digitali.

di Matteo Troìa

7 Commenti a “Come arrivare al benessere digitale secondo uno studente di Pordenone”

  1. gioymila

    1. OK, utile, ma vale da 40 anni. 2. Il WiFi serve eccome e nei luoghi migliori del mondo lo offrono gratis e con banda sufficiente. Il compito dell’amministrazione è di erogare servizi utili, non di chiudere i rubinetti, soprattutto sulle nuove tecnologie che offrono opportunità a tutti 3. Per semplificare basta ascoltare la gente, altro che trasmettere competenze. La gente sa cosa gli serve e quando una cosa è fatta bene o male, e quando si lamenta basta ascoltarla. Il resto segue. 4. Se offri servizi utili e fatti bene, e se una cosa è fatta bene lo decidono gli utenti, non tu, non hai bisogno di evangelizzare, la gente viene perché la voce gira. Concentrati sul fare bene quello che devi fare e sul rispondere alle richieste che ti arrivano. Tu non porti il verbo, tu devi risolvere problemi.

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    • Matteo Troìa

      Non me ne vogliano le altre persone che hanno commentato, ma rispondo solo @gioymila perché agli altri non potrei dire altro che “grazie” per i vostri commenti positivi. In realtà il – grazie – lo dico anche a te @gioymila perché mi pare che dal tuo commento traspare un approccio “pratico” alla questione, fatto di meno fronzoli e di più fatti. Mi trovi in questo in assoluto accordo con te.

      Forse su altri punti ci siamo intesi meno… dunque per punti, in breve:

      – “Il WiFi serve eccome”, e infatti io non ho scritto che non serve. Ho scritto che abolirei il vizio che in Italia abbiamo di usare la tecnologia come slogan elettorale, in modo che più che uno strumento propagandistico poco utile allo scopo diventi uno strumento di progresso per la società.

      – Sorrido alla “critica” che muovi al punto 3. “Per semplificare basta ascoltare” … sorrido davanti a quel “basta”. Non mi pare così semplice l’ascolto, in una società abituata a voler avere sempre l’ultima parola. Per semplificare intendevo rendere semplici alcuni processi: le persone vengono dopo. Vengono quando tali processi sono a loro disponibili.
      Che la gente sia a conoscenza di quel che vuole ho qualche dubbio, ma magari non ne parliamo qui.

      Ultimo punto, il quarto. Posto che non era mia intenzione evangelizzare nessuno, rubo e faccio mio il consiglio che mi dai, perché lo trovo affine al mio modo di pensare: “Se offro servizi utili e fatti bene, e se una cosa è fatta bene lo decidono gli utenti, non io, non ho bisogno di evangelizzare, la gente viene perché la voce gira. Concentrati sul fare bene quello che devi fare e sul rispondere alle richieste che ti arrivano. Non porto il verbo, risolvo problemi.”

      Grazie!

      Matteo

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      • gioymila

        Le persone esprimono un’esigenza, dei bisogni e tu istituzione devi rendere loro facile di esprimerla, in qualunque modo. Questo è fondamentale, altrimenti te la suoni e te la canti da solo.
        A meno di richieste assurde, il tuo lavoro è di cercare di soddisfare i loro bisogni nascondendo loro tutto il livello di complessità che c’è dietro. Loro sanno cosa vogliono e cosa gli serve. Tu non devi ‘rendere omogenee le competenze’, devi risolvere problemi reali a gente reale che sa cosa gli serve senza che glielo spieghi tu.
        Abbi fiducia, se fai cose belle, la voce gira e verranno loro da te a chiedere: ‘bello, come si fa?’ Le persone vengono prima, non dopo. I processi vengono dopo e quello è il tuo lavoro. Non puoi decidere per loro cosa li renderà felici, cosa migliorerà le loro vite, non sei loro padre. Ascoltali e fa quello che puoi. Se fai questo è già tantissimo.

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