Fare startup all’università, ecco cosa sono i Contamination Lab

Pensati per offrire agli studenti un ambiente dove sviluppare progetti a vocazione imprenditoriale, i CLab sono la culla di startup innovative come IntendiMe

Prendete uno studente di ingegneria, uno di economia e uno di comunicazione. Metteteli in una stanza e date loro gli strumenti per coltivare un’idea. Fateli interagire con docenti che insegnino loro la cultura l’imprenditorialità e dell’intraprendenza. Vedrete che molti, da studenti, usciranno dall’aula come startupper. Per dar vita all’innovazione non c’è una ricetta precisa. Eppure sembra che un metodo, gli atenei italiani, lo abbiano trovato. E’ quello della contaminazione: tra persone, professionalità, regioni geografiche. I Contamination Lab sono spazi ritagliati dentro le università per offrire agli studenti “un ambiente stimolante per lo sviluppo di progetti di innovazione a vocazione imprenditoriale”, si legge nelle linee guida che il Ministero dell’Istruzione ha stilato nel 2013 promuovendo questi laboratori. Da allora ne sono nati, e ne continuano a nascere, tanti.

Clab

Il progetto

Il Miur ha avviato il progetto dei Contamination Labs in seguito all’approvazione della normativa sulle startup innovative nel 2012. Il progetto pilota interessava solo gli atenei di quattro regioni del sud: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, a cui era stato offerto un finanziamento fino a 200 mila euro per due anni. I Contamination Labs sono nati, poi, anche in altre regioni italiane. I destinatari sono gli studenti di lauree magistrali,  master e dottorati di ricerca che aderiscono al bando. Ogni Clab ha un numero minimo e massimo di partecipanti, provenienti necessariamente da diverse discipline. Gli studenti vengono selezioni in base a criteri meritocratici e motivazionali.

Il cardine del progetto è la contaminazione di idee tra studenti di materie diverse, e appartenenti a diversi gradi di studio (dai corsi triennali ai dottorati). La contaminazione avviene anche con atenei diversi e con attori del mondo produttivo, come imprese e camere di commercio. Ogni Clab prevede un’offerta formativa minima, ma gli studenti sono fortemente incoraggiati a proporre attività e sviluppare percorsi formativi e progetti. Oltre all’attività didattica, agli studenti vengono offerte delle opportunità per entrare in contatto con altri partner del mondo dell’impresa esterni all’ateneo.

Negli atenei nasceranno degli spazi dove ci saranno arredamenti come tavoli, lavagne, poltrone, un angolo caffè, pensati sia per il co-working, sia per lo svolgimento di seminari e corsi. Il Clab dovrà avere connessione internet veloce, essere sempre aperto, sette giorni su sette, in modo da diventare un luogo trafficato, frequentato, vissuto. Ogni Clab ha la durata di un semestre. Alcuni sono partiti già del 2013, altri partiranno quest’anno con la loro prima edizione. Vediamo a che punto sono i luoghi dell’innovazione italiana.

Clab

Gli atenei

Il 2015 sarà l’anno di avvio della prima edizione del Clab organizzato dall’Università Politecnica delle Marche, che comincerà nel mese di marzo. In primavera sarà avviato anche il Contamination Lab organizzato dall’Università Federico II di Napoli e quello dell’Università di Catania, alla prima prova. In Calabria, invece, sono già alla terza edizione. L’Università Mediterranea in partenariato con l’Università “Dante Alighieri”, entrambe di Reggio Calabria, hanno completato le selezioni lo scorso autunno e avvieranno il terzo ciclo di Contamination Lab a Cosenza il prossimo aprile. Ma in pratica cosa si fa in questi Clab? C’è lo sviluppo delle idee degli studenti e i corsi dei docenti, ma anche la possibilità di partecipare a seminari e workshop stile hackathon su sfide progettuali, e di assistere ad incontri organizzati con imprenditori e attori partner.

Il Clab dell’Università di Cagliari ha appena chiuso la sua seconda edizione. I vincitori sono quattro ragazzi, Alessandra Farris, Giorgia Ambu, Antonio Pinese e Andrea Mura, che hanno ideato una startup innovativa per aiutare le persone non udenti ad essere indipendenti dentro casa. Si chiama IntendiMe ed è un sistema che rileva tutti i suoni dentro casa e avvisa le persone con problemi di udito direttamente sullo smartphone. Come primi classificati, i ragazzi di IntendiMe hanno vinto l’opportunità di andare negli Stati Uniti, con un viaggio di dieci giorni sponsorizzato dall’Ambasciata americana, per presentare la loro startup ad alcuni incubatori d’impresa. “Con questo viaggio speriamo di farci conoscere e magari di ottenere qualche finanziamento  – afferma Alessandra Farris, ideatrice di IntendiMe e laureanda in lettere classiche – ma già esser arrivati fin qui è una grandissima soddisfazione, non ce lo aspettavamo. Abbiamo già ricevuto delle email di persone non udenti desiderose di provare IntendiMe, siamo molto contenti di poterli aiutare, e magari, con le loro esperienze, di migliorare il nostro prodotto”.

  • Pino Rossi

    Una bella storia. Aggiungo EnerJuice (dispositivo per ricariche di emergenza) e alcune iniziative social (tipo Conversando) nel campus dell’Università della Calabria dove è stato appena pubblicato il bando per il terzo ciclo del Contamination Lab Cosenza. Sarebbe bello far parlare tutti i protagonisti

  • gabriele

    Segnalo anche il fortunato esperimento di Università e Politecnico di Bari: BaLab

    http://www.futurelabalab.it/category/persone/

Nascerà nel 2017 la prima città solare del mondo. Benvenuti a Babcock Ranch

“First solar city in the world”. Nascerà nel 2017 quella che si propone come la città del futuro. Si trova in Florida e ai residenti sarà offerto un equilibrio unico tra infrastrutture tecnologicamente avanzate e un ricco ambiente naturale. Tutto nel nome della civitas e della riscoperta della condivisione. Ecco Babcock Ranch.