Alex Corlazzoli

Alex Corlazzoli

Lug 25, 2016

Da qui al 2025, ci saranno 2 milioni di posti vacanti come tecnici e ingegneri

E' la stima di un dossier presentato dal Centro studi “Opificium": l’Italia dopo la Germania e la Francia sarà il paese dove si concentreranno le maggiori opportunità per le professioni tecniche

Il futuro occupazionale dei nostri ragazzi ha un “nome” e un “cognome”: professioni tecniche. Da qui al 2025, secondo un dossier presentato dal Centro studi “Opificium” del Consiglio nazionale dei periti industriali, saranno richiesti oltre due milioni di profili tecnici tra cui la quota più significativa nel campo dell’ingegneria. Un dato che arriva grazie all’Agenzia di ricerca sull’istruzione e la formazione tecnica e professionale nell’Unione europea. L’Italia dopo la Germania e la Francia sarà il Paese dove si concentreranno le maggiori opportunità occupazionali per queste figure; molto più di quante se ne avranno in Gran Bretagna e Spagna dove la domanda si fermerà rispettivamente a quota 1,5 e 1,3 milioni.

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Numeri che devono richiedere uno sforzo di riflessione da parte del nostro sistema d’istruzione. Oggi registriamo un’anomalia tutta italiana: secondo i dati Eurostat, nel 2014, su 100 profili tecnici intermedi occupati in Italia, solo 27 risultavano in possesso di un titolo di istruzione terziario. Il valore italiano è il più basso d’Europa inferiore di oltre dieci punti alla media EU e di molto lontano da quelli di Paesi come la Francia, il Regno Unito e la Spagna. Le aziende chiedono sempre più personale preparato: stando all’indagine sulle previsioni di assunzione delle imprese italiane realizzata da Unioncamere – Exclesior, tra il 2011 e il 2015, la quota di laureati richiesti per assunzioni che riguardano profili tecnici è passata dal 42% al 50%.

Serve una svolta anche perché entro il 2025 le opportunità di lavoro in questo campo ricopriranno il 17,3% ben superiore alla media del 13,1%. Eppure la preparazione tecnica resta l’aspetto su cui i giovani italiani risultano meno competitivi rispetto ai colleghi stranieri: se per quanto riguarda la creatività e la preparazione teorica, infatti, i nostri non conoscono concorrenza, per quanto riguarda l’investimento in carriera e la produttività la loro competitività si abbassa per arrivare a essere persino scarsa sul fronte delle conoscenze e competenze tecniche, necessarie alle imprese del futuro. C’è ancora un dato sul quale vale la pena puntare i riflettori: dal 2001 ad oggi, il numero di immatricolati provenienti dagli istituti tecnici è diminuito del 52,9% con una perdita secca di oltre 42 mila unità. I diplomati tecnici scelgono sempre meno l’istruzione terziaria. Anzi quasi 4 mila diplomati ad un anno di conseguimento del titolo lavorano.

Non resta che cambiare rotta e provare a offrire loro, per esempio, percorsi che possano coniugare studio e lavoro con un percorso formativo che premi l’integrazione oppure aprire la formazione terziaria alla componente adulta interessata ad alzare il livello di scolarizzazione in vista anche delle future richieste delle imprese. Le previsioni degli esperti ci dicono che l’evoluzione in questo campo non sarà sufficiente a colmare il gap formativo della nostra forza lavoro che continuerà a persistere visto che la quota di lavoratori in possesso di un elevato livello di qualificazione continuerà anche nel 2025 ad essere inferiore rispetto al resto d’Europa. Ciò che serve veramente al nostro Paese è un’università a misura di professione, capace di preparare i nostri ragazzi ad affrontare un mestiere, anzi il mestiere che il mercato richiederà nei prossimi anni.