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Mar 21, 2018

Davide, 31 anni ricercatore in Svezia: “Vi racconto quali sono qui le possibiltà per un dottorando”

Davide Vetrano vive in Svezia da tre anni, dove ha intrapreso un dottorato di ricerca in epidemiologia al Karolinska Institutet di Stoccolma, un’università di eccellenza nel mondo. Ecco il suo racconto

La carriera del ricercatore oggi assomiglia a una vera e propria corsa a ostacoli, tra lungaggini burocratiche, salari bassi ed eccessivo precariato. Nonostante a livello governativo si mettano a disposizione risorse per la ricerca, la strada per il ricercatore in Italia è ancora lunga. E mentre l’Italia non attrae ricercatori stranieri, i giovani italiani all’estero sono stimati e hanno molteplici opportunità.

 

Motivo per il quale le fughe dei cervelli dall’Italia sono sempre più presenti. A raccontare la sua esperienza è Davide Vetrano, 31 anni, medico specializzato in geriatria all’Università Cattolica di Roma che da tre anni vive in Svezia, dove ha intrapreso un dottorato di ricerca in epidemiologia al Karolinska Institutet di Stoccolma, un’università di eccellenza, rinomata in tutto il mondo per la formazione che garantisce agli studenti. Davide però non sente di essere un ‘cervello in fuga’. Il suo obiettivo è infatti tornare in Italia, con tutto il bagaglio di conoscenze acquisite all’estero. La voce di Davide racconta uno spaccato di realtà di cui ancora troppo poco si parla.

 

La carriera del ricercatore in Italia, tra precariato e troppa burocrazia

“In linea di massima la carriera del ricercatore in Italia è come una lunga corsa a ostacoli – racconta Davide – in cui non sempre si raggiunge il traguardo e non sempre per demeriti del ricercatore stesso. Le ragioni sono molteplici ma possono a mio avviso essere ricondotte a un paio di aspetti principali: gli scarsi investimenti che il nostro paese fa in ricerca e sviluppo e la struttura del lavoro del ricercatore che non lo valorizza a dovere. Riguardo il primo punto, al solito indietro rispetto alle medie europee, l’Italia devolve per la ricerca solamente l’1% del PIL nazionale. L’ammontare di finanziamenti pubblici è sottopotenziato per garantire investimenti e progetti a lungo termine, precarizzando di fatto la figura del ricercatore.

E arriviamo al secondo punto: il rinnovo di anno in anno (non sempre puntuale) degli assegni di ricerca, i salari bassi e la mancanza di prospettive di carriera scoraggiano tantissimi giovani ricchi di idee innovative e appassionati della loro materia. Come in molti altri ambiti, ahimè, avere un sostegno economico da parte della famiglia spesso fa la differenza tra il perseverare e il desistere. Altra nota dolente: i centri di ricerca italiani non attraggono i ricercatori stranieri. D’altro canto se esiste il fenomeno della fuga dei cervelli per quale ragione dovremmo aspettaci che qualcuno scelga il nostro paese come destinazione? L’aria di internazionalità che si respira nei laboratori di ricerca di altri paesi europei e nordamericani in Italia è un miraggio. I pochi temerari che scelgono di fare il percorso inverso, optando per l’Italia come luogo dove fare ricerca, si scontrano ben presto con le nostre incomprensibili lungaggini burocratiche, le barriere linguistiche e la mancanza di infrastrutture. Tutto questo in aggiunta al precariato, ai salari bassi e alle scarse prospettive di carriera”.

I dati

Nonostante gli sforzi del MIUR, le condizioni di precariato e di un’eccessiva burocrazia costringono spesso i giovani ricercatori italiani a trasferirsi all’estero o a lasciare il mondo della ricerca. Se si vuole allargare lo sguardo ai soli laureati, al di là della categoria dei ricercatori, il quadro che emerge è di un Paese che fatica a dare reali opportunità ai giovani.  Secondo i dati Istat contenuti nel rapporto ‘Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente’ relativo all’anno 2016 e pubblicato alla fine del mese di novembre 2017, sono in aumento i laureati italiani che lasciano il paese: quasi 25mila nel 2016, con un aumento del 9% rispetto al 2015. Il Regno Unito sembra essere la meta più scelta dai laureati (oltre 5mila), davanti a Germania (oltre 3mila) e Svizzera (più di 2mila). Fra le mete oltreoceaniche, ci si reca soprattutto negli Stati Uniti e in Brasile: oltre 4mila di cui rispettivamente il 34% e il 38% sono laureati.  Insomma, per laureati o ricercatori l’estero sembra offrire molte più opportunità rispetto all’Italia. Questa non è più ormai neppure una notizia.

Le differenze con l’estero

Perché i ricercatori all’estero trovano più possibilità? Lo spiega Davide: “La principale differenza tra un ricercatore in Italia e un ricercatore all’estero è la serenità con la quale viene vissuto il proprio lavoro. All’eterno precariato del ricercatore italiano si contrappone il ventaglio di innumerevoli opportunità offerte al ricercatore all’estero, che ha il vantaggio di operare in un sistema dinamico e flessibile che fa della mobilità e dello scambio i suoi punti di forza. In Italia molto spesso l’unico modo per stabilizzare la propria posizione di ricercatore è quello di mettere radici nella propria istituzione. All’estero, al contrario, viene valorizzata l’esperienza maturata in molteplici laboratori: più giri più il tuo curriculum acquisisce peso specifico. Tutto questo in un contesto dove i percorsi accademici sono ben delineati e dove il merito rappresenta il criterio di selezione di maggior rilievo. Non va poi sottovalutato l’aspetto economico, a partire dalle borse dei dottorati di ricerca. Ricordiamoci che quello del ricercatore è un lavoro, non una missione. Contrariamente a quanto accade in altri paesi, il salario percepito da un dottorando italiano è ridicolosamente basso, non commisurato al livello di istruzione raggiunto e insufficiente a garantire serenità ed indipendenza economica. La differenza tra l’Italia e altri paesi che eccellono per produzione scientifica passa infine attraverso la qualità delle infrastrutture, la diversa burocrazia, l’internazionalità, le garanzie dei diritti del lavoratore/ricercatore e molto altro ancora. Diciamo che se volessimo migliorare le cose in Italia avremmo solamente l’imbarazzo della scelta nel decidere quale modello elevare ad esempio virtuoso”.

 

Insomma, garanzie migliori, valorizzazione dei meriti e maggiore flessibilità sono fondamentali quando si parla di ricerca e diventano i presupposti per far sì che le giovani menti possano trovare le giuste condizioni per poter sviluppare idee e ideali.

Le possibili soluzioni

“Ma c’è qualcosa che sorprende in tutto questo – continua Davide – nonostante gli importanti limiti del nostro sistema i ricercatori italiani sono tra i più stimati sul piano internazionale. Da un lato la produzione scientifica dei laboratori italiani non è poi così male, dall’altro i giovani ricercatori che approdano nelle università straniere risultano tra i più apprezzati, distinguendosi per il loro acume, per le idee innovative e per la loro efficienza. Immaginiamo quali livelli di eccellenza potremmo raggiungere in Italia se fossimo in grado di costruire un sistema più giusto ed efficiente con infrastrutture adeguate.  Le soluzioni sono sempre le stesse, occorrerebbero maggiori investimenti pubblici, più ingenti e coraggiosi, in grado di incentivare programmi di ricerca pluriennali. Servirebbe assumere un maggior numero di giovani ricercatori, garantendone la stabilizzazione una volta dimostrati i meriti, ma allo stesso tempo agevolarne la mobilità tra università italiane e gli scambi con quelle estere”.

L’interculturalità diventa un motore irrinunciabile per la crescita della ricerca italiana Come sottolinea Davide “Urge cominciare ad attrarre massivamente studenti e ricercatori stranieri per favorire quel processo di osmosi culturale ormai tangibile realtà da svariati decenni nelle migliori università di tutto il mondo”. In questo senso una buona prospettiva è offerta dal Programma Montalcini,  finalizzato ad attrarre giovani ricercatori e studiosi impegnati all’estero in attività di ricerca o didattica.

Il sogno di Davide: tornare in Italia e cambiare le cose

Davide ha già in mente di tornare in Italia, con il sogno di provare – nel suo piccolo –  a cambiare le cose. “Io mi ritengo molto fortunato e le ragioni sono differenti. Innanzitutto non ritengo di appartenere alla categoria dei cervelli in fuga, questo perché ho la fortuna di provenire da uno dei pochi gruppi di ricerca italiani che con lungimiranza investono nei giovani e vedono nell’esperienza all’estero una tappa obbligatoria del percorso formativo. Il programma è, ed è sempre stato, quello di tornare in Italia, portando con me il bagaglio di conoscenze accumulato durante la trasferta svedese. Non è per nulla banale: avere un adeguato tutoring e mentoring durante il proprio percorso formativo è un elemento di straordinaria importanza. Questo in Italia molto spesso manca. Mi ritengo infine fortunato perché da medico avverto di meno l’ansia di non farcela. Intendo dire che avrò sempre un piano B a portata di mano, ma questo non mi fa dimenticare di tutti i giovani aspiranti ricercatori miei coetanei che non possono godere dello stesso conforto. L’auspicio è che le cose cambino, per tutti e non solamente per alcune categorie di ricercatori. Nel mio piccolo farò il possibile per contribuire a questo cambiamento”.

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