Alex Corlazzoli

Alex Corlazzoli

Set 16, 2017, 10:06am

Alex Corlazzoli

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Set 16, 2017, 10:06am

«La scuola che vorrei». Le speranze dei bambini al ritorno tra i banchi

Alex Corlazzoli, insegnante, racconta le impressioni e i pensieri dei suoi alunni al termine della prima settimana di questo nuovo anno scolastico. Tra desiderio di libertà e bisogno di accoglienza da parte dei docenti

La prima settimana di scuola è finita. Per molti bambini e ragazzi è stata la prima volta. L’incipit della scuola primaria, media o superiore. Ma ancora una volta è stata la prima anche per chi insegna, per chi ha scelto di stare tra i banchi (speriamo non dietro una cattedra!). Ogni anno è una sorta di rito sacro. Ha le sembianze di una consuetudine, ma allo stesso tempo non è mai uguale. La prima settimana è un po’ come il tempo del Natale: si ripete sempre, ma ogni volta c’è un senso di attesa, di trepidazione, di emozione per chi fa l’insegnate. Sentimenti non sempre condivisi dai ragazzi stanchi di una scuola polverosa.

I pensieri del primo giorno

Ho testato le sensazioni dei miei bambini il primo giorno. Ho chiesto loro: «Scrivetemi con schiettezza e sincerità su un foglio cosa avete pensato stamattina al vostro risveglio». Le risposte dovrebbero essere consegnate nelle mani della ministra Valeria Fedeli affinché sia chiaro che i nostri bambini non amano la nostra scuola. «Che disgrazia! Ricomincia la scuola. Devo iniziare a scrivere e fare i compiti», mi ha scritto Davide. E Loris: «Che pizza oggi devo tornare in classe. Perché esiste la scuola?». Così Andrea: «Che noia! Adesso inizia la scuola. Sarà una noia totale». E ancora anche Christian: «Che noia inizia la scuola». Su 20 bambini solo due hanno pensato cose diverse. Muskan: «Ho pensato che non ho voglia di andare a scuola, ma serve per imparare e per fare nuove amicizie». Così Alessandro: «Che bello, si ritorna a scuola. So che il primo giorno non si fa quasi niente, ma sarà una bella giornata ugualmente».

La scuola che vorrebbero i bambini

La maggior parte di chi sta leggendo questo articolo dirà: «Chi l’ha scritto ha scoperto l’acqua calda. Quando mai i bambini amano andare a scuola?!». Ma il ragionamento è un po’ più sottile. Perché hanno usato la parola noia? Perché la maggior parte di una classe la pensa esattamente allo stesso modo? Cos’è che non funziona? Il passaggio successivo è stato quello di leggere loro una storia di sogni realizzabili, di passione e di chiedere alla classe di scrivere sempre su un foglio un sogno che si può rendere realtà per cambiare un po’ la scuola noiosa. Una proposta per cercare di abbattere questa sensazione spiacevole del tornare a scuola. Cosa hanno chiesto i miei ragazzi? Tutte cose possibili, ma spesso ignorate dagli insegnanti: «Più intervalli», «Ascoltare un’ora alla settimana liberamente della musica», «Un intervallo che dura un’ora», «Una lezione più rilassante», «Allungare di cinque minuti la ricreazione», «Dare meno compiti», «I tablet al posto dei libri», «Meno ore di scuola», «Iniziare alle 9,30 anziché alle 8,30». Nulla di impossibile. Se leggiamo con attenzione le richieste dei ragazzi c’è un desiderio di avere più spazio, più libertà.

Bisogno di spazio e libertà

Chi sottovaluta o schernisce i bambini che chiedono più ricreazione compie un errore. Oggi nella maggior parte delle scuole l’intervallo è di dieci minuti a metà mattina. Sono i grandi ad aver deciso quando fermarsi, quando fare la pausa, non è la stanchezza dei bambini. I ragazzi chiedono fin dal primo giorno di scuola di essere in un luogo che li accoglie davvero, che offre loro la possibilità di imparare, di apprendere senza sentirsi in una sorta di industria dell’obbligo formativo. Chiedono di non essere alla catena di montaggio dei contenuti, ma di avere degli spazi di libertà che li rendano protagonisti. Si appellano a noi per avere luoghi dove correre, giocare, saltare, per fuggire almeno per qualche minuto in più dal banco a cui sono vincolati per sei ore. Desiderano delle lezioni su misura, non imposte, non dettate da un orario scolastico fatto sempre dai grandi per loro.

L’importanza di saper accogliere gli studenti

Ancora una volta il primo giorno ho capito che in questa scuola i bambini rischiano di contare davvero poco. Non sono mai protagonisti delle decisioni dei più grandi, non sono mai resi partecipi di nulla. Il reale cambiamento della scuola potrà avvenire se già dal primo giorno troveranno un luogo davvero accogliente e degli insegnanti che li sappiano accogliere. Due mie ex alunne che da quest’anno frequentano la scuola media mi hanno contattato per dirmi all’indomani del primo giorno: «C’è solo un prof simpatico. Gli altri sono tutti antipatici». La dicono come la sanno dire, con le parole che usa un ragazzo di 11 anni, ma dietro queste frasi c’è una verità che non possiamo nascondere: chi sono i nostri insegnanti? Chi sono i professori? Perché danno questa sensazione?

Riscoprire l’empatia

Dobbiamo tornare a riscoprire l’empatia. Non basta avere in tasca una laurea in matematica o in lettere per poter stare in una classe di preadolescenti a insegnare. In quel primo giorno l’insegnante si gioca gran parte del suo anno scolastico. È in quel momento che deve tirar fuori le carte migliori, il suo biglietto da visita e fare colpo. È la sfida più grande. Non c’è riforma che tenga, ma è una riforma che ciascun docente deve iniziare a sentire sulla sua pelle chiedendosi con parresia: «Amo il mio mestiere? Amo i ragazzi?».