Si chiama Zanshin Tech, la prima arte marziale digitale contro il cyberbullismo

Rispetto dell’altro, disciplina, leadership, concentrazione: gli insegnamenti delle arti marziali si uniscono alle conoscenze informatiche per combattere il cyberbullismo con lo Zanshin Tech

“Imparate a dominare la tecnologia, altrimenti lei dominerà voi” inizia così la prima lezione che il maestro di  Zanshin Tech  impartisce ai suoi allievi. Il concetto di base è comportarsi in rete seguendo i precetti delle arti marziali a partire dal rispetto per tutti, inclusi gli aggressori.

Zanshin Tech è la prima arte marziale digitale al mondo, inventata nel 2013 a Genova da quattro appassionati di informatica e discipline orientali. Il termine giapponese zanshin si riferisce a una particolare condizione mentale di calma, consapevolezza e vigilanza, la stessa dell’arciere che sta per scoccare la freccia. Con la differenza che in questo caso la si applica all’utente che si trova di fronte al pc mentre sta per premere Invio.

Zanshin è una parola giapponese che indica lo stato di vigilanza controllata e serena che il maestro di arti marziali deve avere prima, durante e dopo un aggressione: è uno stato in cui si è coscienti di tutto ciò che ci circonda (pericoli e aggressori inclusi) senza cedere a paura, ira, rabbia, o ad altri sentimenti negativi. Nel mondo virtuale le relazioni sono reali così come le aggressioni. Attraverso l’analisi di casi reali e la loro dissezione nelle singole tecniche di attacco utilizzate dall’aggressore, gli allievi imparano a riconoscere i meccanismi interni del cyberbullismo, dell’adescamento e di molte altre aggressioni che viaggiano sul web come le truffe o il cyberstalking. Sempre rispettando le regole del Dojo, la prima delle quali è non usare ciò che si impara per fare del male all’altro. Chi pratica Zanshin Tech viene definito un “Guerriero Digitale”: perché purtroppo il cyberbullismo è una guerra quotidiana, oggi.

Caposcuola dello Zanshin Tech è Claudio Canavese, 39 anni, programmatore informatico e appassionato di judo, che ha di recente ricevuto un prestigioso certificato di riconoscimento dal MIUR come “esperto mediatore in cyberbullismo”. Canavese nelle sue lezioni spiega ai ragazzi che: “Il cyberbullismo è digitale, sì. Ma è anche reale. Perché di cyberbullismo oggi si muore”. Il maestro indica alcuni utili suggerimenti per imparare a difendersi in modo sano dagli attacchi in rete: l’azzeramento del contatto se si ha il sospetto (o la prova) di una falsa identità; l’intelligenza nel non fornire (con foto geolocalizzate o altro) troppe informazioni su di sé; la regola del triangolo: avere due persone fidatissime con cui condividere tutto. E la denuncia, alla Polizia. “Imparate a dominare la tecnologia, altrimenti sarà lei a dominare voi” viene detto ai ragazzi alla prima lezione che si apre e si chiude con il tipico saluto delle arti marziali.

 

Che cosa è lo Zanshin Tech

 

Lo Zanshin Tech è la prima arte marziale digitale mai creata: fonde gli insegnamenti tradizionali delle arti marziali orientali (non violenza, rispetto dell’altro, serena concentrazione, disciplina) con conoscenze tecnologiche tratte dal mondo della cyber security. Adatto a tutti (dagli 11 anni in su) insegna a stare sicuri in rete e a difendersi da fenomeni come cyberbullismo, adescamento ed altre aggressioni digitali. 

 

Si tratta di un percorso lungo, svolto in genere un’ora e mezza a settimana in un luogo dotato delle attrezzature necessarie per questa pratica (computer, tavoli, sedie). Attraverso l’analisi di casi reali e la loro dissezione nelle singole tecniche di attacco utilizzate dall’aggressore, gli allievi imparano a riconoscere i meccanismi interni del cyberbullismo, dell’adescamento e di molte altre aggressioni digitali come le truffe online o il cyberstalking, sempre rispettando le Regole del Dojo, la prima delle quali è Non usare ciò che si impara per fare del male. Cyberbullismo infatti vuol dire poco o niente: esistono tecniche specifiche, sempre uguali, che vengono usate per aggredire una persona. Studiando assieme queste tecniche e le loro “contromosse” è possibile fermare un’aggressione sul nascere ed impedire che diventi un problema.

La pratica dello Zanshin Tech prevede inoltre molti approfondimenti sulle tecnologie sia hardware (computer, cellulari, tablet, ecc) sia software (programmi da utilizzare per tutelarsi, funzionamento dei singoli social network, ecc) in modo da saper usare le tecnologie prima e meglio di chi può farci del male. Nei livelli successivi al primo lo Zanshin Tech diventa Peer Education: gli allievi imparano ad insegnare ai più giovani e a collaborare coi maestri più grandi, responsabilizzandosi ed imparando da un lato a prendersi cura dei più piccoli, dall’altro ad insegnare ai grandi le tecnologie che potrebbero non conoscere.

 

I bracciali dello Zanshin Tech

 

Le lezioni di Zanshin Tech si tengono con cadenza settimanale e durano circa un’ora e mezza. Le classi sono composte da non più di 15 persone, generalmente divise per fascia d’età. Chi pratica Zanshin Tech viene definito Guerriero Digitale ed il suo livello è espresso da un bracciale colorato.

I livelli sono:

  • 4° Kyu – Bracciale Bianco
  • 3° Kyu – Bracciale Bianco arancione
  • 2° Kyu – Bracciale Arancione
  • 1° Kyu – Bracciale Bianco verde
  • 1° Dan – Bracciale Blu
  • 2° Dan – Bracciale Bianco blu
  • 3° Dan – Bracciale Verde
  • 4° Dan – Bracciale Bianco marrone
  • 5° Dan – Bracciale Marrone
  • 6° Dan – Bracciale Nero

La particolare sequenza dei colori riprende quella dei fili all’interno del cavo di rete, con l’aggiunta del bianco come colore iniziale e del nero come colore finale.

 

La lezione

 

Come in ogni arte marziale la pratica inizia e finisce con il tipico saluto: un elemento di rispetto che raccoglie in se tutto lo spirito dell’insegnamento, dopodiché gli allievi allestiscono le postazioni con i computer e prendono posto davanti ad essi.

I Sensei (i maestri della palestra) fanno quindi ripetere agli allievi le Cinque regole del Dojo:

  1. Non si usa mai ciò che si impara a Zanshin Tech per attaccare
  2. Il rispetto si deve a tutti: maestri, compagni e persino al nostro aggressore
  3. Ciò che si dice nel dojo resta nel dojo: se qualcuno vuole raccontare una sua esperienza rispetteremo ciò che ci dice e non lo racconteremo in giro
  4. Non si fa lezione se non ci sono almeno due maestri e tre allievi presenti
  5. Si lascia il dojo come lo si è trovato

 

Queste regole sono importantissime e formano la base del codice d’onore necessario per ricevere insegnamenti che potrebbero anche essere usati per fare del male. Si inizia quindi la lezione: i Sensei assegnano gli esercizi agli allievi avendo cura di seguire singolarmente il percorso di crescita di ciascuno.

Gli allievi più esperti aiutano nell’insegnamento occupandosi dei loro compagni più giovani, ma l’età non è una costante: è capitato che allievi di 12/13 anni seguissero con successo allievi di 25 appena arrivati al dojo; è la peer education, un termine relativamente nuovo per qualcosa che nelle arti marziali orientali esiste da sempre.

 

Gli esercizi proposti possono essere di tipo prettamente tecnico (tracciare una mail, scoprire chi si cela dietro ad un falso profilo, rintracciare un numero di telefono, ecc) oppure più orientati all’individuazione dell’attacco e all’applicazione di contromosse psicologiche per scoraggiare l’aggressore. Alcune lezioni sono poi dedicate all’analisi di casi reali di aggressione digitale: i Sensei raccontano la storia, lasciando poi agli allievi il compito di suddividerla negli eventi salienti e di procedere quindi all’analisi individuando le tecniche di attacco utilizzate e, per ciascuna, le possibili contromosse. Vengono anche individuati i segnali da notare negli altri: vere e proprie richieste di aiuto non verbali che ciascun Guerriero Digitale deve allenarsi a cogliere in modo da poter vigilare sui propri amici e compagni di scuola. In caso di situazioni difficili o di racconti particolarmente toccanti viene dato ampio spazio alla parte emozionale, permettendo così una “decompressione” graduale ed una ripresa dello stato di Zanshin per ciascun allievo. Al termine della lezione gli allievi riportano il dojo allo stato in cui lo hanno trovato, smontando le postazioni pc e rimettendo a posto ogni cosa, dopodiché si riuniscono in cerchio per eseguire il saluto finale.

“Questo è un corso di coscienza digitale, più che di conoscenza. Si tratta di saper riconoscere i segnali di stalking, adescamento, cyberbullismo, anche quando colpiscono altri, e di saperli fronteggiare”, precisa Canavese. “Il tutto impostato come un’arte marziale”.

A Genova esistono già due dojo dove si pratica lo Zanshin Tech. Altri dojo sono stati aperti a Milano, Roma, Pavia e altri se ne aggiungeranno via via che verranno formate figure professionali dei Sensei.

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