5 motivi per portare il film su Felicia Impastato nelle scuole

Il 9 maggio è l’anniversario della morte di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978. In questi giorni esce un film sulla lotta della mamma di Peppino, Felicia, per avere verità e giustizia

La storia non si insegna solo sui banchi di scuola ma anche guardando la TV. Lo dimostra “Felicia Impastato”, il film coprodotto da Rai Fiction con Matteo Levi, in onda domani sera alle 21 su Rai Uno. Per una volta, maestri e professori, faranno una cosa buona a suggerire ai loro studenti di accendere la televisione per vedere la fiction diretta da Francesco Albano con la partecipazione della brava Lunetta Savino nei panni della protagonista, la mamma di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Ci sono ben cinque motivi per consigliare questo film ai nostri ragazzi.

felicia impastato

Il primo. Il 9 maggio di 38 anni anni fa l’Italia si ferma davanti all’uccisione da parte delle Brigate Rosse del presidente del Consiglio dei Ministri, Aldo Moro. Nessuno, invece, parlò di Cinisi dove in un piccolo paese siciliano, la criminalità organizzata aveva ammazzato un giovane che aveva alzato la testa contro la mafia attraverso l’impegno politico, l’informazione, la cultura e l’ironia. Nel 2016 nelle scuole italiane (primaria e secondaria di primo grado ma qualche volta anche alle superiori) la storia si studia fino ai Romani (alle elementari) e fino alla seconda guerra mondiale. Questo film è un “libro” in più, contribuisce ad arricchire i programmi scolastici. Offre uno sguardo su quel pezzo di storia che nessuno racconta ai nostri ragazzi.

Il secondo: questa non è la storia solo di Felicia e di Peppino ma di un pezzo dell’antimafia. Francesco Albano, attraverso le vicende di quella donna che dopo l’uccisione del figlio decide di denunciare fino ad ottenere verità 25 anni più tardi, ci racconta del giudice Rocco Chinnici, di Antonino Caponnetto, del giornalista Mario Francese; dell’impegno di Franca Imbergamo, oggi alla Procura nazionale antimafia. Di questa storia i nostri ragazzi sono affamati.

Il terzo: se a scuola non si fa più educazione alla cittadinanza ci pensa questa fiction. La storia di Felicia è quella di una madre che decide di rompere la tradizione dell’omertà, della vendetta. Quel suo “io zitta non ci sto” è il più grande insegnamento che un giovane possa avere. Felicia sceglie di parlare, di gridare al mondo i nomi di chi ha ucciso suo figlio. Senza paura.

Il quarto: c’è un’altra donna in questo film che insegna la tenacia, è Franca Imbergamo. La sua è la storia di una di noi. A vent’anni, da studentessa universitaria, incontra Chinnici. Lo intervista. Quell’incontro le cambia la vita e diventa magistrato. Vent’anni dopo si ritrova in mano le carte del “suo” giudice e decide di riaprire il caso. Comincia ad ascoltare i collaboratori di giustizia. Arrivano tanti no, non lo so, non ricordo. Ma lei va avanti. L’inchiesta prende corpo e l’11 aprile del 2002, davanti alla mamma di Peppino, Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.

Il quinto: “La casa di Peppino deve restare aperta, chi vuol sapere la verità viene qua”, sono le parole di Felicia. E’ stato così. Oggi quell’abitazione in corso Umberto, a Cinisi, è aperta. Chi come me ha avuto il dono di incontrare Felicia non può dimenticare il suo volto, i suoi occhi e quelle parole: “Peppino me l’hanno fatto a pezzi ma io vendette non ne voglio, non ne ho mai volute”. Oggi Felicia non c’è più, ma a Cinisi a tenere aperta quella casa che tante scuole hanno visitato, c’è il fratello di Peppino, Giovanni.

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