La lezione dei millennials inglesi che, nonostante tutto, hanno detto no alla brexit

Gli under 30 hanno votato per restare nella Ue. Una generazione il cui futuro è stato deciso da qualcun altro

«Nella vita ci sono le cose vere e le cose supposte: le cose vere le mettiamo da parte per il momento. Ma le supposte… dove le mettiamo le supposte?», domandava il grande Totò in una scena memorabile del film “Totò, Peppino e la dolce vita”.

Leggi anche: “Ci avete rubato il futuro”. La delusione per la Brexit di una generazione in tweet e numeri

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Le cose vere. Il referendum (consultivo) che ha decretato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea fotografa non solo un popolo davvero spaccato a metà ma, dato che non può passare inosservato, lo spaccato di due generazioni agli antipodi: da una parte, quelli che in Europa ci hanno portati con riserva, gli adulti, quelli che “andiamo in Europa ma teniamoci la sterlina”. Una generazione, la loro, impaurita e, soprattutto, depauperata. D’altro canto, come biasimarli: il ceto medio inglese (ma non solo) nell’ultimo decennio si è visto ogni anno un po’ più povero di quello precedente. Però piuttosto che concentrarsi sull’analizzare le cause politiche, macroeconomiche e finanziarie di questo graduale impoverimento hanno preferito andare incontro a un rischio maggiore e certo: andarsene. La Brexit, infatti costerà agli inglesi qualcosa come il 2% in meno sul Pil (e un milione di posti di lavoro in meno), mentre a noi, agli europei (che strano scriverlo, mannaggia) è stato calcolato che costerà 6 volte meno di loro (lo 0.3% in meno, per la precisione).

La prima (e ultima) generazione di inglesi europei

Dall’altra parte di questa foto di famiglia, sullo sfondo e non a fuoco ci sono loro, i giovani. La generazione Erasmus, i millennials, quelli che sono nati sì in un’isola storicamente forte e identitaria, ma che l’hanno conosciuta così com’era saputa diventare, dopo la caduta del muro di Berlino e con tanta Europa già nelle loro culle. Da Margaret Tatcher a Tony Blair. Liberali e new labour avevano spiegato alla nostra generazione cosa volesse dire starci dall’inizio in questo progetto, il senso di quelle 12 stelle su fondo blu della bandiera europea che nel giro di qualche lustro rappresenterà poi 15 e dopo ancora fino a 28 Stati.

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Le supposte, adesso, vanno a loro. Ai giovanissimi, agli studenti e quei giovani europei che tra i 18 e i 24 anni provano a muovere i primi passi in un mercato del lavoro estremamente precario. A loro che non glien’è mai fregato nulla di acquistare qualcosa su Amazon e pagarla in euro. A loro che scelgono di fare esperienze di studio in Italia, Spagna, Francia, Germania. Non “vanno in Europa”. Si muovono, in una grande casa comune. Dove con un volo lowcost puoi venire in Italia anche solo per mangiare una pizza. Così come noi siamo abituati sin da adolescenti a riconoscere Londra un po’ come la capitale d’Europa e ci sentiamo analfabeti se non parliamo bene l’inglese.

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Il senso di un Remain, nonostante tutto

E sia chiaro: questa Europa, così com’è, non piace molto neanche a noi. Ma qui ci siamo nati, e abbiamo imparato a volerle bene lo stesso. Se ai giovani chiedi di scegliere è chiaro che la proiezione, anche per natura, è sempre di vedere le cose come sono e immaginarle come potrebbero essere.

La lezione della gioventù inglese in questo è emblematica: più di 7 giovani su 10 hanno messo un segno di croce convinto su quella scheda: Remain. Con un’Inghilterra «more stronger in Europe», più forte in Europa. Ma non è servito. In democrazia così come in matematica vincono i numeri, e genitori e nonni sono più di loro. E per loro decidono. Come tanti Kronos che sbranano uno ad uno i propri figli.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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