La storia di Tiziana ci mostra che abbiamo un problema di educazione digitale

Ad uccidere Tiziana non è stato il web, ma l’ignoranza. Manca un’educazione all’uso di Internet e manca un’educazione al rispetto dell’altro. Soprattutto quando l’altro è donna

“Notizia è l’anagramma del mio nome” canta Tiziano Ferro. Forse era nel destino di Tiziana diventare una notizia, oppure no, perché in fondo non aveva fatto del male a nessuno. Dalla storia di cronaca della 31enne napoletana che si è impiccata in seguito alla diffusione online di 6 video che la ritraevano mentre aveva rapporti sessuali con vari uomini, emerge un dato: nonostante la dilagante presenza del digitale nelle nostre vite, molti, moltissimi di noi, ancora non hanno la più pallida idea di come si usi il web. Di cosa significhi stare in una comunità digitale, di come non sia vero che una frase sui social sia meno grave rispetto di ciò che viene detto a voce, di quanto possa essere pesante la valanga che comincia con un messaggio su WhatsApp. Abbiamo un problema serio di educazione digitale in questo Paese. Molti hanno scritto che ad uccidere Tiziana è stato il web. Non è vero. Il web non uccide. Il web è uno strumento, che può fare del bene o del male a seconda di come lo si usa. Ad ucciderla è stata l’ignoranza. E probabilmente anche una sorta di conflitto non risolto che gli italiani hanno col sesso, che dimostra come la condizione femminile nel nostro Paese sia lontana anni luce da una qualche uguaglianza, e si ci debba ancora ritrovare a discutere su frasi come “l’hanno stuprata perché aveva la minigonna” o “se ha girato quel video porno, allora se lo doveva aspettare”.

cyberbullismo

Uno screenshot di Amanda Todd, 15enne canadese, che si è suicidata nel 2012 dopo essere stata vittima di cyberbullismo. Prima di uccidersi, ha raccontato la sua storia su Youtube

Prevenire le tragedie

Se per la spirale perversa che si crea una volta che immagini e video vengono diffuse ci si deve affidare alla legge (sul buon senso delle masse lasciate ogni speranza: le pagine e i meme costruiti su Tiziana ne sono la prova) molto si può fare perché gli utenti, soprattutto quelli adolescenti, siano consapevoli dei rischi che corrono affidando ingenuamente i loro momenti intimi alla rete. Quando mettiamo in mano uno smartphone a un ragazzino di 10 anni, bisognerebbe spiegargli anche come funzionano le dinamiche tra le persone sui social, per renderlo cosciente che una foto su Internet è una foto per sempre. Bisognerebbe inserire l’educazione digitale tra le materie scolastiche. Bisognerebbe insegnare a non prendere alla leggera la condivisione di una foto spinta, ad essere sempre vigili quando si interagisce attraverso lo schermo, perché andando a vedere non è poi una protezione così efficace. 

Gli adolescenti fanno sexting ma non conoscono i rischi

Secondo i dati di Telefono Azzurro, lo scambio di contenuti a sfondo sessuale tra gli adolescenti è sempre più diffuso. Da un’indagine che l’associazione ha condotto con Doxa Kids del 2014, emerge che il 35,9% dei ragazzi conosce qualcuno che ha fatto sexting. I contenuti, però, sono condivisi più tra amici (38,6% dei casi), che tra fidanzati (27,1%).

C’è un 22% che condivide foto intime con estranei.

La percentuale di ragazzi che sono infastiditi nel ricevere foto esplicite è di 1 adolescente su 10, mentre si sale ad 1 su 5 tra le ragazze. La consapevolezza dei rischi che corrono è bassissima. Il ministero dell’Istruzione ha lanciato il sito Generazioni Connesse per sensibilizzare su un uso sano di internet ed ha aperto una help line per le richieste d’aiuto. Lo stesso ha fatto la campagna “Una vita da social” della Polizia Postale. Queste campagne sono ottime, ma l’educazione ai ragazzi dovrebbe partire nel luogo che frequentano di più: la scuola. 

D’altra parte bisognerebbe istruire tutti – adulti e ragazzi – a un fatto: anche se un contenuto gira, questo non autorizza a tralasciare la civiltà abbandonandosi a facili scherni, dimenticare il codice sociale che impone il rispetto dell’altro, trattare una qualsiasi foto o video come merce a nostra disposizione solo “perché è online”.

Il cyberbullismo è un iceberg

Da quando Carolina Picchio, 13 anni, si è gettata da un balcone di Novara nel 2013 perché era stato diffuso un video in cui veniva molestata, è stato avviato l’iter per una legge contro il cyberbullismo sui giovani a firma di Elena Ferrara, senatrice Pd e insegnante della stessa Carolina. La legge è stata approvata al Senato nella primavera del 2015, ma è stata ora molto modificata alla Camera, allargando la platea di destinatari agli adulti.

Il bullismo è un fenomeno che tocca il 15% degli studenti, il cyberbullismo il 9%. La nota dolente è che la sofferenza che c’è dietro spesso non viene portata all’esterno, ma viene repressa, e sfocia in depressione. Il cyberbullismo è un iceberg. Quello che si vede è solo la punta. 

@carlottabalena

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