Ricerca: noi spendiamo, gli altri la fanno

Secondo i dati dell’Ue in Italia i progetti di ricerca finanziati sono circa il 18,3% contro la media Ue del 20,5%

“Povera patria”, cantava Franco Battiato. Stavolta è proprio il caso di dirlo di fronte ai dati pubblicati dalla Commissione Ue sul settimo programma e ripresi dal “Sole24ore”. Non sappiamo fare progetti che sappiano conquistare i fondi per la ricerca e nel frattempo continuiamo a regalare soldi agli altri Paesi che la fanno al posto nostro.

Siamo terzi tra i 28 Paesi dell’Unione Europea per numero di progetti presentati (34.536) e richieste di finanziamento (22,9 miliardi) ma la maggioranza di questi viene bocciata: solo poco più di sei mila sono stati approvati per un totale di 3,4 miliardi di fondi concessi. Se vogliamo rapportarci con il resto dell’Europa basta dire che il nostro tasso di successo è del 18,3% a fronte di una media Ue del 20,5%.

ricerca

I dati che arrivano da Bruxelles dovrebbero far suonare la sveglia al nostro Paese: tra le università che conquistano fondi per la ricerca compaiono solo due atenei italiani, il Politecnico di Milano e l’Almamater di Bologna. Tra le imprese top 50 sono solo cinque quelle del nostro Paese: D’Apollonia Spa, Stmicroelectronics, Selex, Telecom e Aliena Cremaschi.

Va meglio con i centri di ricerca grazie al Cnr che arriva a farsi finanziare 393 progetti per 231 milioni. Si segnalano inoltre nella classifica il Centro ricerche Fiat, Enea, Iit Genova, Apre e Infn. Semaforo rosso invece per le piccole e medio imprese: nessuna compare nella lista. Eppure in Italia sono miglia le realtà di questo tipo che arricchiscono il nostro composito territorio.

I numeri bastano a comprendere quanto l’Italia debba puntare sulla ricerca e sulla capacità di proporre progetti magari investendo su coloro che devono diventare professionisti in tal senso: su 41,5 miliardi che sono stati messi a disposizione da Bruxelles con il settimo programma quadro, in sette anni abbiamo conquistato solo 3,457 miliardi, l’8,3% di tutta la torta.

La Germania è riuscita a farsi finanziare 6,96 miliardi; l’Inghilterra 5,9 miliardi e i nostri cugini francesi 4,6 miliardi. Ma stavolta a gravare la situazione è il fatto che quei soldi che gli altri Stati spendono sono anche nostri: l’Italia, infatti, contribuisce al fondo Ue con una quota superiore al 13% dei fondi complessivi. Il “Sole24ore” ha calcolato che dal 2007 abbiamo regalato oltre 300 milioni all’anno agli altri. Di fronte a questa fotografia abbiamo una sola scelta: fare scelte strategiche, diventare competitivi, investire molto più nella ricerca. Il fatto di essere terzi per numero di domande presentate e ventesimi per progetti approvati deve portarci a riflettere sull’overdose di progetti che facciamo.

Forse un eccesso rispetto a quelli sui quali dovremmo puntare. Non possiamo più permetterci di pagare perché altri facciano ricerca e allo stesso modo non possiamo ipotizzare di abbandonare il finanziamento europeo solo perché siamo incapaci di conquistare i soldi. E’ chiaro che serve una professionalità, serve diventare capaci di lavorare su questo fronte investendo soprattutto sul sistema universitario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Smart e integrata nell’ambiente urbano. L’estetica innovativa della torre Dicecell

L’azienda italiana Calzavara ha creato un’antenna per reti cellulari e sistemi IoT che si adatta allo stile cittadino. Può combinare illuminazione intelligente, una panchina riscaldata, interazione con strumenti digitali informativi e la possibilità di ricaricare smartphone e bici elettriche

Cibo e risorse naturali. Le 6 aree in cui la scienza può salvarci dalla catastrofe

L’Istituto per il cibo, la scienza e la tecnologia di Londra ha definito “chiara ed urgente” la necessità che scienza e tecnologia trovino delle soluzioni ai problemi di coltivazioni sicure e sostenibili