Gen 27, 2018

Tre trend sulla scuola del domani (partendo da quella di oggi)

Una grande startup diffusa, che strizza l’occhio alle nuove tecnologie. E che prova a ripensare la didattica per legarla maggiormente al lavoro che verrà

Dimentichiamoci micro-chip impiantati con la sintesi della lezione del giorno dopo oppure moto e bike che si guidano da soli e che portano i nostri studenti nelle varie scuole dello Stivale. Per ora non sarà così. Ma la scuola del futuro ha molto a che fare col digitale, con smartphone e tablet, con la programmazione computazionale, con una certa idea di contemporaneità.

Se la scuola diventa una startup diffusa

In fondo è come se la scuola si stesse trasformando in una startup diffusa, distribuita nei tanti istituti scolastici d’Italia. C’è fermento. E questo arriva anche dal basso. L’ho respirato esattamente una settimana fa a Bologna, presentando “Futura”, la festa del PNSD, il Piano Nazionale Scuola Digitale. Durante l’evento è stata presentata anche la piattaforma Generazioniconnesse.it, nella quale si troveranno tutte le novità della didattica.

Di fatto si tratta di un’azione di digitalizzazione, con investimenti in parte già erogati. In totale il bando – che aggrega tre voci, tra le quali i fondi Buona Scuola, quelli europei e del MIUR – è di 1,2 milioni di euro. Da destinare alla formazione del personale docente e ai progetti di innovazione. L’innovazione è decisiva perché governare il cambiamento, e la complessità che ne deriva, è una delle necessità del nostro tempo. «È una sfida che non si vince semplicemente acquistando tecnologia o introducendo nuovi contenuti o obiettivi formativi. Si vince sviluppando spirito critico e responsabilità, si vince investendo con decisione sulla cura della qualità, che riguarda l’organizzazione, la didattica e l’innovazione metodologica.  Si vince puntando sulle competenze», ha dichiarato Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

E allora ho provato a raccogliere alcuni trend fondamentali che ho capito si ritroveranno nella scuola del domani. E che si respirano già oggi. D’altronde che le competenze siano la chiave ne sono convinti tutti gli analisti. Il futuro del lavoro è da costruire. E lo dicono anche i numeri. Il 65% degli studenti di oggi farà un domani lavori che ancora non esistono. Lo certifica il rapporto Tomorrow Jobs. Ecco allora che entrano di mezzo percorsi formativi da ripensare per competere con un lavoro liquido in trasformazione.

 

 

1. STUDIARE PROGRAMMAZIONE PER DECIFRARE LA COMPLESSITA’

Forse è questo l’elemento maggiormente impattante, quello che fa notizia. La programmazione, ovvero il calcolo computazionale, prova ad entrare nei percorsi didattici formali. Lo fa quindi entrando dal portone principale della scuola, non ospitato “fuori orario” o nella palestra dell’Istituto nei ritagli di tempi, come ha ricordato Giorgio Ventre, docente all’Università Federico II di Napoli e direttore scientifico della Apple Developer Academy. Ventre è stato nominato nel comitato che deciderà di fatto la riattualizzazione dei piani didattici, aggiornandoli al contesto contemporaneo. Ed è lui che seguirà di fatto tutto il percorso di inserimento del coding e della programmazione computazionale.

Pochi giorni fa anche il capo mondiale della Apple Tim Cook era intervenuto sul tema della programmazione (il suo intervento è stato proposto dalla BBC). Presentando il suo progetto di coding nelle scuole britanniche ha dichiarato che “imparare le basi della programmazione è più importante che conoscere le lingue straniere”. Indipendentemente da certi estremismi c’è da dire che ad oggi 1,6 milioni di studenti si stanno formando sulla programmazione. E l’obiettivo è arrivare a 2 milioni. Alla formazione scientifica, rivolta soprattutto alla fascia di studentesse, oggi numero più esiguo rispetto ai colleghi maschi, ci sta pensando Codemotion, che ha chiuso lo scorso giugno un round da 1,5 milioni di euro con Barcamper Ventures, Invitalia Ventures, LVenture (lo abbiamo raccontato qui).

 

2. AAA LAVORO CERCASI (PARTENDO DALLA SCUOLA)

L’età media di un imprenditore italiano è 33 anni. Di fatto è la “mezza età” dell’epoca dantesca. E questo non va bene. Perché si arriva tardi alla formazione imprenditoriale. «Da noi soltanto il 6% degli studenti è impegnato in percorsi di formazione imprenditoriale. Penso a quelli più noti di alternanza scuola-lavoro. L’Europa invece chiede che entro il 2020 il dato passi al 20%», ha raccontato durante “Futura” Miriam Cresta, a capo di Junior Achievement Italia, organizzazione non profit attiva in tutto il mondo nel settore dell’istruzione e tante volte raccontata su StartupItalia!

Quello del ripensare le competenze è una sfida ambiziosa, se si pensa che anche testate autorevoli disegnano scenari spesso apocalittici. Durante il summit ho ricordato questo video spettacolare ma inquietante realizzato dal Guardian e dall’eloquente titolo The Last Job. Di fatto propone in cartoon l’ultima lavoratrice sulla terra. E – guarda caso – ha anche un nome italiano: Alice. Ci si rifà al rapporto dialettico tra umani e umanoidi. Lontani però dalle visioni negative di un mondo dominato dai robot, proprio Ventre mi ha spiegato come l’informatica possa aiutare a risolvere le relazioni tra individui. «È un tema di una narrativa differente. Oggi l’impatto della tecnologia è ovunque, dai sensori di movimento dei veicoli smart alla casa intelligente con i dispositivi che misurano le performance. Ma attenzione. Vedo molto più vicino al futuro la robotica ausiliare, ovvero quei robot che si mettono al fianco dell’uomo, ma che non devono fare compiti di grande intelligenza», ha affermato lo stesso Ventre.

 

3. «VIDEO, VIDEO, VIDEO! »

Ho virgolettato queste tre parole ripetute perché le ha pronunciate la vice-presidente di Facebook in Europa Nicola Mendelsohn, presentando di fatto il futuro della piattaforma di Menlo Park (il video integrale è su Fortune). E poi perché così presentate ci fanno capire dove sta andando la nostra dieta mediatica, nella navigazione digitale.

Anche la scuola del futuro strizza l’occhio all’uso didattico di smartphone e tablet, guardando quelle startup e community che già adottano l’esperienza videocentrica rivolta agli studenti. Proprio pochi giorni fa su StartupItalia! è stato proposto il noto “decalogo” presentato a Bologna. Intanto in Italia si distinguono alcuni casi di successo.

 

Tra questi c’è Redooc, startup innovativa a vocazione sociale. Si tratta di una piattaforma che raccoglie più di 1600 lezioni, migliaia di video e oltre 16mila esercizi interattivi spiegati. «Lo studente apprezza il linguaggio semplice, gli esempi pratici, i video di pochi minuti, gli esercizi “gamificati” e interattivi. Questa è una piattaforma di problem solving, non di studio», afferma Burberi. Ad oggi Redooc è adottata da una cinquantina di scuole paganti e registra 100mila utenti registrati, di cui circa 20mila studenti.

 

C’è poi Oliproject con i suoi 5000 video, i 3.000 saggi di Encyclomedia e 15.000 ore di formazione erogata ogni giorno agli studenti. La startup  è stata fondata dal ventottenne milanese Marco De Rossi ed è stata accelerata da Telecom Italia tramite WCap. Oggi è partecipata da Tim Ventures e Club Digitale. E c’è persino un prof che utilizza la Realtà Virtuale, facendo indossare i visori di cartone made in Google ai suoi studenti e portandoli in viaggio in posti lontanissimi e meravigliosi, dal Perù alle Galapagos. Si tratta di Alessandro Bencivenni, 38enne  di Montevarchi, insegnante di francese a San Giovanni Valdarno.

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