Istituti tecnici superiori, il 42% degli studenti trova lavoro a due anni dal diploma. Il report

Occupati, studenti universitari, NEET: ecco il Dossier della Fondazione Agnelli che esamina i destini dei diplomati tecnici. Su 547mila ragazzi solo il 42,7% dei ragazzi trova lavoro a due anni dal titolo

“Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”, scriveva Plutarco. E’ compito della scuola: maestri, professori, dirigenti scolastici, istituzioni comprendere le reali inclinazioni dei ragazzi aiutandoli così a far emergere il migliore aspetto di sé per prepararli al mondo del lavoro. E’ pur vero che per valorizzare il ruolo della scuola e dei suoi operatori nella realizzazione di un’efficace didattica che concretizzi percorsi differenziati ma non “differenzianti”, sono necessari processi e contesti educativi volti al riconoscimento di potenzialità, limiti, difficoltà e opportunità, attraverso offerte formative che devono essere ampie e variegate. E’ quanto emerge nell’inchiesta della Fondazione Agnelli sugli istituti superiori che ne fotografa la situazione in Italia

La fotografia del report

Il 28% dei diplomati tecnici e professionali italiani ha lavorato per almeno 6 mesi nei primi 2 anni dopo il titolo, con significative differenze territoriali. Quasi altrettanto consistente (27,4%) è però la quota dei NEET, ossia di chi non va all’università, ne lavora. A due anni dal diploma metà dei lavori è di tipo permanente (27,6 % a tempo indeterminato, 22,2 % apprendistato), ma più della metà dei diplomati svolge lavori non coerenti con gli studi compiuti. Lo svantaggio delle ragazze sul mercato del lavoro anche in questo caso è confermato, così come quello dei diplomati di origine straniera; per contro, chi ha un percorso di studi regolare è avvantaggiato in termini occupazionali.

Sono alcuni risultati dello studioLa transizione dai percorsi scolastici al mondo del lavoro per i diplomati degli istituti tecnici professionali”. Un’analisi delle banche dati amministrative, realizzato da Fondazione Agnelli e CRISP – Università di Milano Bicocca, col supporto operativo dell’Ufficio statistico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e della Direzione Generale dei Sistemi Informativi, dell’Innovazione Tecnologica e della Comunicazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS). Alla presenza della Ministra Valeria Fedeli, lo studio è stato presentato a Roma presso il MIUR da Mario Mezzanzanica (CRISP- Università di Milano Bicocca) e Andrea Gavosto (Fondazione Agnelli). Sono intervenuti Gianna Barbieri (MIUR) e Grazia Strano (MPLS).

“Nuovi indirizzi a partire da settembre”

“Oggi – ha dichiarato la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli – è stata presentata un’analisi importante, con dati chiari e puntuali che ci restituiscono una fotografia dettagliata sulla transizione dei diplomati degli istituti tecnici e professionali verso il mondo del lavoro. È un quadro ampio di cui tenere conto in quel percorso di miglioramento e qualificazione dei percorsi formativi che stiamo facendo in attuazione della legge 107 del 2015. I dati ci dicono che dobbiamo lavorare per fare in modo che la preparazione che offriamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi consenta loro di trovare un’occupazione che sia sempre più in linea con le proprie attese. E che dobbiamo ulteriormente intervenire, e non solo sul fronte dell’istruzione, per superare i divari, a partire da quelli territoriali e di genere, che non garantiscono pari opportunità di accesso al mondo del lavoro”. “Alcuni importanti interventi sono già stati messi in campo – prosegue Fedeli -. Ad aprile abbiamo varato la riforma dell’istruzione professionale: dal prossimo settembre avremo nuovi indirizzi che offriranno una scelta più ampia e articolata alle studentesse e agli studenti, coerente con le opportunità offerte dai diversi ambiti del Made in Italy e con le specificità culturali e produttive del Paese.

Nei nuovi indirizzi ci sarà più spazio per i laboratori. E spariranno le sovrapposizioni con l’istruzione tecnica. Stiamo poi ulteriormente qualificando l’Alternanza Scuola-Lavoro, dopo averla resa curricolare, un’innovazione didattica importante attraverso la quale diciamo alle nostre studentesse e ai nostri studenti che è necessario ‘imparare ad imparare’, mettersi nelle condizioni di acquisire competenze diversificate che consentano loro di avere strumenti per accedere al futuro in maniera consapevole e con protagonismo”.

 

Il Dossier

 

Analizza gli esiti sul mercato del lavoro di quasi 550mila diplomati tecnici e professionali negli anni scolastici 2011/12, 2012/12, 2013/14. L’indagine è stata eseguita su base censuaria, a partire dai dati dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti del MIUR, che contiene gli esiti scolastici dei diplomati, e delle Comunicazioni Obbligatorie del MLPS, che contengono le informazioni relative ai rapporti di lavoro dipendente. “Dati di questo tipo sono fondamentali per analizzare con continuità gli sbocchi dei diplomati tecnici e professionali – ha dichiarato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – il loro impiego è stato reso possibile, per la prima volta, grazie alla collaborazione del MIUR e del MLPS, dando vita così a uno strumento utile per valutare efficacia sia del sistema nel suo complesso sia della singola scuola, come già abbiamo fatto. In futuro sarà prezioso per capire l’efficacia dell’alternanza scuola/lavoro”.

 

“Le analisi– ha dichiarato Mario Mezzanzanica– ci restituiscono per la prima volta in modo completo e puntuale il percorso dei diplomati tecnici e professionali a due anni dal diploma. È noto che uno dei principali problemi del Paese è la difficoltà di inserimento e stabilizzazione lavorativa dei giovani. Dai dati si colgono elementi specifici come i tempi di ingresso, la coerenza tra studio e lavoro, le tipologie contrattuali, lo stato occupazionale, articolati per territorio, genere e scuola. Tali specificità possono rappresentare un importante contributo a supporto delle politiche per i sistemi dell’istruzione e del lavoro al fine di rispondere concretamente ai bisogni dei giovani”.

 

Sul totale dei diplomati tecnici e professionali dei tre anni scolastici considerati solo il 30% ha proseguito gli studi a livello universitario (studenti e studenti lavoratori). Gli altri hanno scelto di entrare subito nel mercato del lavoro, dove in questi anni non hanno trovato un contesto particolarmente favorevole: non più del 28% ha lavorato almeno sei mesi nei primi due anni post-diploma (occupati), mentre nello stesso periodo il 14,7% ha svolto impieghi saltuari e frammentari cumulando meno di sei mesi di lavoro (sottoccupati). Nel 27,4% dei casi i diplomati non sono invece risultati iscritti a corsi universitari né hanno avuto esperienze lavorative di alcun tipo: si tratta di una popolazione che per caratteristiche anagrafiche e esiti scolastici è in larghissima parte assimilabile alla categoria dei NEET.

Escludendo chi ha deciso di proseguire gli studi e concentrandosi solo su chi è entrato nel mercato del lavoro, si ricava che l’indice di occupazione tra i diplomati tecnici e professionali nei primi due anni post-diploma è pari al 40%; un dato comunque lusinghiero in una congiuntura economica avversa. Per ottenere un rapporto di lavoro significativo (contratto con una durata di almeno 30 giorni continuativi) i diplomati hanno atteso in media quasi 9 mesi. La mobilità è stata relativamente contenuta: la maggioranza dei diplomati non si è spostata oltre il comune di residenza o la provincia (distanza media casa-lavoro: 40 km). Tuttavia, i valori medi dell’indice di occupazione, dei giorni d’attesa e della distanza della sede di lavoro sono molto variabili a livello territoriale: non solo si conferma il noto gradiente Nord-Sud, ma vi sono anche significative eterogeneità all’interno delle macro-aree.

 

I dati

 

A due anni dal diploma, un diplomato su tre (34,3%) degli occupati svolge un lavoro coerente col titolo di studi conseguito, mentre il 14,4% svolge professioni trasversali. La metà dei diplomati (51,3%) deve accontentarsi di un lavoro qualsiasi. Per quanto riguarda invece il tipo di contratto, esattamente la metà dei diplomati che lavorano ha raggiunto entro i primi due anni dal termine degli studi una posizione stabile. In particolare, il 22,2% ha un contratto a tempo indeterminato e circa il 27,6% è inserita in un percorso di apprendistato, che per i più giovani rappresenta il primo passo nell’ambito di un rapporto di lavoro di tipo permanente. Su questo dato hanno avuto un significativo impatto le riforme varate dal 2012 ad oggi. In particolare, la Riforma Fornero dell’apprendistato prima e il Jobs Act dopo hanno cambiato radicalmente le convenienze dei datori di lavoro.

“Con l’attuale normativa sono cresciuti i contratti a tempo indeterminato – ha sottolineato Andrea Gavosto – mentre sono diminuiti quelli di apprendistato, a cui si era fatto invece massiccio ricorso dopo la riforma Fornero; i contratti a tempo determinato, invece, non hanno registrato sostanziali variazioni”. Le analisi confermano anche per i diplomati tecnici e professionali alcune tendenze più generali. Fra queste, lo svantaggio delle giovani diplomate rispetto ai loro colleghi maschi, quello dei diplomati di cittadinanza non italiana rispetto ai loro pari con cittadinanza italiana, quello dei neo-diplomati che hanno avuto carriere scolastiche accidentate e concluso gli studi con qualche anno di ritardo rispetto ai loro pari in regola con gli studi. Infine, tra i settori formativi dell’istruzione tecnica e professionale esistono piccole ma significative differenze di efficacia. Quello che sembra garantire migliori chances occupazionali è il corso professionale del settore Industria e Artigianato, che in media permette di ottenere anche contratti più stabili, mentre il settore Servizi – sempre fra gli istituti professionali – spicca per la coerenza tra le professioni dei propri diplomati e le competenze fornite nell’ambito del proprio corso di studi

 

Il divario Nord Sud

 

Su 3.315 scuole tecnico-professionali presenti in Italia, oltre il 14% è in Lombardia, il 4% in Calabria. L’indice di occupazione è fortemente disomogeneo: oscilla dal 60,9 in Veneto al 22 in Calabria. Anche in Campania l’occupazione è al 22% nonostante la regione sia la seconda per numero di istituti nel Paese. Non formano lavoratori, ecco. In Veneto il primo contratto significativo arriva quando sono trascorsi poco più di sette mesi dal conseguimento del diploma, in Calabria di mesi ne occorrono quasi undici. I diplomati del Sud sono il primo anello della catena migratoria verso le province del Centro-Nord. In generale, nel Settentrione almeno uno studente su tre frequenta un percorso a indirizzo tecnico con punte del 37% nel Nord-Est.

 

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