Con congedi parentali più lunghi le mamme mantengono il lavoro nel tech: Google insegna

Un congedo parentale adeguatamente retribuito e sufficientemente lungo riduce di molto l’abbandono del posto di lavoro da parte delle neo mamme. Google l’ha dimezzato

La tecnologia offre diversi spunti di riflessione quando si parla di gender gap. In primo luogo, questo settore risente già di una scarsa presenza femminile, soprattutto nei reparti ad alta componente tecnica. Secondo i dati dell’Harvard Business Review, il 52% delle donne che lavora in settori scientifici e tecnologici abbandona il proprio settore. Molte aziende hanno dimostrato interesse nel voler colmare questo divario, organizzando politiche di risorse umane che possano incentivare le donne a non lasciare il proprio posto di lavoro. Un ottimo esempio, in questo senso, arriva da Google; secondo Susan Wojcicki, Ceo di Youtube, madre di cinque figli, aumentando nel 2007 il numero di settimane pagate durante il congedo di maternità, da 12 a 18, Google è riuscita a dimezzare il tasso di abbandono del posto di lavoro da parte delle neo mamme.

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“Potrebbe sembrare contro intuitivo, ma le ricerche confermano che un congedo di maternità più “generoso” aumenta il mantenimento del posto”, scrive la Wojcicki in un recente post sull’Huffington Post. “Quando le donne hanno un congedo troppo breve, spesso decidono di non tornare”, continua WojcickiAd oggi, gli Stati Uniti sono l’unico Paese Ocse a non avere un congedo di maternità retribuito. Solo il 12% degli americani può usufruirne, un vero e proprio “lusso”.

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La svolta sta arrivando proprio dal settore tecnologico. Nel 2015, Netflix e il gruppo Virgin hanno esteso a un anno il congedo parentale per i neo genitori. Lo scorso novembre, Amazon ha allungato a venti settimane il congedo per le neo mamme, prevedendo anche la possibilità di condividere fino a sei settimane di ferie pagate col proprio partner. Non è da meno la società Unity, leader del settore gaming, che offre ai nuovi genitori dodici settimane di ferie pagate, con la possibilità poi di lavorare per altre otto settimane part-time, percependo lo stipendio di un full-time.

Questi cambiamenti non solo assicurano maggiore serenità alle neo mamme, ma permettono all’azienda di risparmiare cifre importanti: rimpiazzare eventuali risorse che scelgono di andarsene costa all’azienda fino al 20% in più che retribuire il proprio dipendente, anche con un periodo più lungo di congedo parentale. In ultima analisi, quindi, quando una donna diventa madre può decidere di lasciare il proprio lavoro o di dedicarsi a un tipo di carriera meno impegnativo, ma le aziende possono attuare una serie di politiche che permettano la riduzione dei casi in cui questa scelta si renda davvero necessaria.

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