Perché le startup sono il top per parlare di scuola e impresa (lezione imparata in un liceo autogestito)

Una startup competition in un liceo romano ha messo in luce qualità e idee incredibile di ragazzi dai 14 ai 18 anni. Sì lo startup movement è il nuovo rock ‘n roll

Le scale della scuola pulite. Fuori un ragazzino con il vocabolario di latino chiacchiera con i compagni del primo anno, accenna ad una declinazione: «filius, filii, filio..». Uno un po’ più alto lo ferma subito, non sembra volerne sentire ancora. Dentro alunni in fila ordinata aspettano di chiedere indicazioni sui corsi da seguire alla bidella. Alle 14 ci sono ancora ragazzi nei corridoi in cerca di lezioni alternative. Giornalismo, Tolkien, magia. E startup. Roma. Liceo scientifico Righi, quartiere Pinciano. Settimo giorno di cogestione, una settimana in cui sono gli studenti a fare lezione, con la spalla di professori e preside, e la scuola non sembra troppo diversa da come dovrebbe sembrare durante il resto dell’anno. Silenzio in giro, aule in ordine, ragazzi impegnati. Di mille e duecento studenti dell’istituto 180 hanno scelto quello dedicato alle startup.

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Uno startupper in famiglia

Qui tutti sanno cosa sono le startup. E lo sapevano da prima. Perché tutti i ragazzi qui dicono di conoscere qualcuno che ci lavora. Un fratello, un amico, un cugino. «Appena abbiamo saputo della startup competition ci siamo iscritti, sai, mio fratello lavora in una startup, si chiama Pharmawizard» mi dice quello che sembra il più piccolo di loro, Massimo Pacifici. E così gli altri. Ognuno pare avere uno startupper in famiglia. Startup is the new carabinieri.

Erano una quarantina le idee. 11 sono state selezionate per la sfida finale. E possiamo solo immaginare il lavoro che hanno fatto i mentor in quei sette giorni di preparazione. Tra loro molti di Bic Lazio, e uno startupper doc come Andrea Pastina di Pubster e Davide De Luca di Traslochino. Il giorno della pitch session c’era davvero da rimanere a bocca aperta. La qualità delle idee, dei business model, la capacità di tutti di immergersi perfettamente nel ruolo dell’imprenditore che deve convincere gli investitori. Le frasi, la cura dei dettagli. Una qualità inaspettata, resa più fragrante dall’età media dei team, e anche i più esperti dei giudici (tra loro c’era Gianmarco Carnovale di Roma Startup, che di pitch ne ha visti parecchi) hanno dovuto ammettere sembrare di qualità superiori a molte delle pitch competition che si vedono in giro. L’energia dei liceali suona il nuovo rock ‘n roll, come definiamo lo startup movement. E lo fa alla grande.

Perché una startup competition in un liceo è il top
se vogliamo parlare di scuola e impresa

 

Difficile immaginare qualcosa di più concreto quando si parla di scuola e impresa. E a sentire questi ragazzi se ne ha l’esempio più concreto. Perché immaginarne una li mette in gioco molto di più che andare in stage per un’altra. Hanno pensato di dividersi per competenze, per costruire un buon team, hanno ragionato su un problema vicino a loro, a come renderlo un’opportunità di guadagno, e come farlo in concreto. Da soli. E con risultati da brivido. Merito anche di chi ha organizzato l’evento, Edoardo Vallebella, ex Tim WCap e Innovaction Lab che ha accompagnato i ragazzi nel loro percorso di crescita.

Cosa vuol dire fare per voi startup? «Vuol dire avere un’idea e farne un’azienda», «avere la possibilità di crearsi un lavoro con Internet», «Vedere qualcosa che cresce grazie alle tue energie». Le risposte si accavallano, si mescolano, e sono quelle di Paolo Meli, 14 anni, Claudia Nascetti, 18, Massimo Pacifici, 14, e Leonardo Iafisco, 18. Sono stati i loro progetti a vincere la competizione, e sono lì, ancora carichi. Tempo di reazione alla domanda, qualche secondo. Per tutti. I ragazzi del Righi hanno le idee chiare. Ed è impressionante vedere la loro competenza sui temi del digitale. Sentire che elaborano strategie sui social, i gruppi che sono diversi dalle fanpage, i tweet per informazioni più urgent and current. E le idee, così vicine al loro mondo, alla loro vita. I libri, i vestiti, la musica, gli amici. Raccontano un po’ la meraviglia di quello che chiamiamo startup movement, uno sciame di idee che cresce, si

Quanti di voi continueranno a fare lavorare sull’idea per fare una vera startup? «Noi», «Sicuro noi», «Ci crediamo davvero», risposta un po’ scontata per tutti, non per l’occasione, quanto per gli occhi di questi ragazzi che brillano davvero mentre lo dicono. Si distingue Massimo che dice: «Noi no, troppo tempo, siamo al primo anno e dobbiamo studiare». 14 anni, come dargli torto? La sua iSummary è stata una delle idee meglio presentate nella pitch competition, e forse quella più interessante da sviluppare per ritorno economico. Ad ogni fase della vita il suo tempo.

Intanto qui al Righi si è fatto sul serio. E i pitch si susseguono in buon ritrmo. 5 minuti a testa per raccontarle a qualche centianio di ragazzi e 10 giudici su schede modello quelle degli startup weekend. Come detto, la qualità era davvero elevata. E non elevata considerando l’età dei protagonisti. Ma elevata in generale. I giudici hanno sentito pitch e idee da far impallidire gli Startup Weekend. La tecnica dei pitch, le idee. Ecco le prime quattro, in ordine di punteggio.

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In foto, con il premio, Stacchi, il primo progetto classificato

1. Stacchi 

Ha vinto e la gioia dei 4 che ci hanno lavorato è stata qualcosa di incredibile. Un’urlo, quello di Leonardo Iafisco, che ha fatto una delle migliori performance in assoluto. Divertente, spigliato nei suoi 18 anni, ha fatto ridere e capire la loro idea di tacchi modulari per donne in carriera. Tacchi che scompaiono all’occasione, quando serve.

2. Outcool 

Si sono presentati sul palco vestiti in camicia bianca. Tre ragazzini di 14 anni, con Paolo Meli a pitchare davanti ai giudici, e una ragazza vestita con un maglioncino nero. Un team composto al 75 percento da ragazzi che hanno creato un armadio virtuale dove metchare gli abiti delle ragazze. Obbiettivo? Far risparmiare tempo (in media hanno calcolato 40 minuti al giorno).

3. LocalBuddy

A 18 anni, il team di questa squadra ha viaggiato per mezzo mondo. La cosa che manca di più quando si va all’estero? Un amico locale. Qualcuno che ci porti per locali e posti frequenqtati dai propri coetanei. Loro vogliono creare una rete di questi amici con le scuole europee e mondiali, partendo con gli scambi che già ci sono. I guadagni? Una fee dai locali dove si portano gli ospiti.

4. iSummary

Il team con l’età media più bassa (14 anni) ha realizzato un portale per lo scambio di appunti sulle lezioni perse, a pagamento.

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