Lorenzo Grighi

Lorenzo Grighi

Ago 6, 2016

Dalla California a Rio 2016: la storia di Kanack Jha, 16 anni, campione di tennistavolo

E' il primo atleta americano nato negli anni 2000 a qualificarsi per un'Olimpiade. Si allena cinque o sei ore al giorno nel centro di Halmstad

Kanack Jha ha solo sedici anni e una grande passione, che lo ha portato a Rio per le Olimpiadi: il ping-pong. O meglio ancora, il tennistavolo. Potrebbero sembrare la stessa cosa, ma la differenza è sostanziale. Se il ping-pong è quel passatempo sempre presente nei centri ricreativi di tutto il mondo, particolarmente utile per superare noiosi pomeriggi piovosi, il tennistavolo è una disciplina a tutti gli effetti, con oltre 200 associazioni nazionali, presente ai giochi olimpici da Seoul ’88. Kanack ha già stabilito un piccolo record: è il primo atleta americano nato negli anni 2000 a qualificarsi per un’Olimpiade.

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La formazione in Svezia

Per inseguire il suo sogno ha percorso le 5.500 miglia lo separano dalla sua casa in California del Nord e si è trasferito ad Halmstad, in Svezia, per allenarsi cinque o sei ore al giorno con alcuni dei migliori tecnici del mondo. Tutto per prepararsi alle Olimpiadi di Rio. Buona parte del suo allenamento consiste in esercizi di allungamento per migliorare la reattività del corpo, circa un’ora di preparazione fisica prima di prendere in mano la racchetta e iniziare a lavorare sui propri colpi. Il suo preparatore atletico, Douglas Jakobsen, è il figlio di Mikael Andersson, storico allenatore di tennistavolo svedese. Ha incontrato Jha quattro anni fa in un torneo giovanile in Austria. Andersson è stato incuriosito da Jha, che aveva lavorato con un allenatore tedesco, Stefan Feth, che lavora anche con la nazionale americana.

L’allenatore ha instaurato un ottimo rapporto con Jha e la sua famiglia, ed è stata la chiave di volta nel persuaderlo a trasferirsi in Europa. Secondo Andersson, la Svezia, (che ha una forte tradizione di ping-pong tanto da includere tra i suoi talenti Jan-Ove Waldner, considerato da molti il più grande giocatore della storia) era l’unico posto dove Jha avrebbe potuto far crescere il proprio talento: «Allenarsi e sfidarsi tutti i giorni con i migliori, far parte di un gruppo vincente. Per questo ho voluto che si trasferisse qui» racconta il suo coach. Il ragazzo ha visitato Halmstad per la prima volta quando aveva 13 anni. Ricorda di essere rimasto intimorito dalla professionalità del club, uno dei più apprezzati in Europa. C’era un grande staff di allenatori, guidato dall’ex campione del mondo Ulf Carlsson, e il livello dei giocatori era molto alto. Ma quello che lo colpì sopra ogni altra cosa fu l’attenzione ai dettagli, prima di vedere come ci si allenava in Svezia non aveva mai dato troppo peso alla preparazione atletica. Dopo diverse visite al Club, lo scorso anno è arrivato il trasferimento definitivo.

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Velocità, esplosività e spin

La giornata di Jha inizia quasi tutti i giorni con Jakobsen, un’ora solo di esercizi per aumentare la velocità e l’esplosività. Sfreccia sopra e intorno a dischi e corde sul pavimento, balzando a raccogliere un piccolo pallone da calcio che Jakobsen lancia a caso di fronte a lui. Poi si passa alla parte tecnica, in cui si lavora sullo “spin”, la rotazione da dare alla pallina per mettere in difficoltà l’avversario. Tutto l’allenamento va avanti con grande intensità, c’è poco spazio per chiacchiere e perdite di tempo. «Kanak è giovane, ma è sempre molto concentrato – racconta Mattias Karlsson, uno degli atleti che si allena a Halmstad – a volte ci dimentichiamo di quanti anni ha e di quanto abbia ancora da imparare». La qualificazione per Rio è arrivata in maniera rocambolesca. Si giocava in Canada, contro un avversario canadese, e Jha era sotto 5-0 nell’ultimo set. Da lì è partita la sua rimonta, che lo ha portato a chiudere con il punteggio di 11-5. Sarà difficile aspettarsi molto da lui alle Olimpiadi: al momento è il numero 272 del ranking mondiale, sarebbe già molto se riuscisse a vincere tre partite nei gironi preliminari per accedere al tabellone principale. Ma l’obiettivo è fissato molto in alto: diventare uno dei più grandi di questa disciplina, magari già con un occhio al 2020. Il tempo è dalla sua parte.