L’EdTech in Italia tra pubblico e privato: parola a Damien Lanfrey e Donatella Solda | iSchool | StartupItalia!

Ultimo aggiornamento il 27 giugno 2020 alle 9:09

L’EdTech in Italia tra pubblico e privato: parola a Damien Lanfrey e Donatella Solda

Sono stati parte fondamentale del programma di digitalizzazione della scuola del MIUR fra il 2012 e 2018. Dopo questa eseperienza hanno fondato startup nell'ambito EdTech. Una chiacchierata a tutto tondo sul mondo dell'innovazione scolastica tra pubblico e privato

L’anno scolastico è volto al termine e ci ha posto davanti a tante domande e richieste di cambiamento, ma soprattutto alla domanda: cos’è l’ ”innovazione” per la scuola italiana? E nel nostro caso: il settore dell’EdTech del Bel Paese può contribuire?

 

In Italia sono registrate circa 11.000 startup innovative, di queste, solo 136 sono attive nell’ EdTech (fonte Tracxn).  Un peccato, considerato che, studi OCSE alla mano, la qualità della nostra istruzione risulta sopra la media in vari punti: vale per quanto riguarda la lettura, in cui siamo secondi solo a Singapore e alle province più industrializzate della Cina; per la matematica, in cui siamo allo stesso livello di paesi all’avanguardia come Israele, Svizzera e Irlanda; non vale invece per le scienze, in cui il punteggio è più basso rispetto alla media OCSE.

 

Stessa organizzazione, diverso studio: gli insegnanti italiani sono preparati ma impiegano il 79% del loro tempo nella spiegazione del programma. Significa che solo un quinto del tempo di ogni insegnante può essere dedicato a seguire progetti che vadano a scoprire i talenti dei singoli ragazzi e coltivarli. In un mondo in cui sono le soft skill personali spesso a fare la differenza, la didattica potrebbe già oggi essere considerata una “base” (importantissima) e l’insegnante potrebbe concentrarsi a fare anche da mentor dei ragazzi.

 

Le stime dicono che il mercato intorno al mondo dell’educazione vale 5.000 miliardi di dollari e il 2% di questo è da attribuire all’EdTech. Questi dati sono destinati a raddoppiare entro il 2030, trainati dalla crescita della classe media in paesi come il Brasile, la Cina e l’India. Mercati in sviluppo a parte, come si inserisce l’EdTech nel Vecchio Continente e soprattutto in Italia, un paese che fa della cultura uno dei punti chiave del proprio “branding” internazionale?

Parola agli esperti: Donatella Solda e Damien Lanfrey

 

Lo abbiamo chiesto a Donatella Solda e Damien Lanfrey, entrambi poco più che quarantenni e parte fondamentale del programma di digitalizzazione della scuola del MIUR fra il 2012 e 2018 (con 8 mesi di pausa durante il Governo Letta).

In particolare Donatella è stata Dirigente del Gabinetto del Ministro e Damien Chief Innovation Officer, primo e unico caso al MIUR. Dopo la loro esperienza a servizio dello Stato, hanno fondato insieme Wonderful Education nel 2018 e nel 2019 Future Education Modena, un progetto che ha incontrato l’interesse della Fondazione Modena che l’ha finanziato.

 

Donatella e Damien conoscono quindi perfettamente quelle che fino a due anni fa sono state le esigenze del MIUR e come funziona invece l’EdTech dal punto di vista dei privati e delle fondazioni.

 

Qual è la visione di “innovazione” della scuola secondo il Ministero dell’Istruzione?

Damien: attraverso la policy del 2015, Il Ministero si è mosso seguendo due grandi “filoni”: un’innovazione organizzativa e una di tipo formativo. Nel primo caso rientra l’individuazione dell’Animatore digitale e del team di innovazione in ogni scuola, e in generale l’emersione dei flussi di lavoro, di progettazione e l’esplicito riferimento al digitale come  competenza necessaria interna alla scuola; nel secondo caso si è trattato di un grande investimento in formazione e corsi professionalizzanti per i docenti e per attività integrative per agli studenti (pensiamo al coding e al pensiero computazionale).

 

Quindi, in sostanza, serve un ecosistema – hardware, ambienti, contenuti, obiettivi di competenze e formazione

Donatella: il punto di svolta del Piano Nazionale Scuola Digitale rispetto al passato è stato prevedere degli obiettivi forti, con tempi e risorse determinati, su contenuti e cultura del digitale, e non solo concentrarsi su strumenti e tecnologia. La prima cosa di cui si ha bisogno quando si lancia un progetto è la prova “materiale” del cambio di passo. Pertanto va bene assicurarsi che le scuole siano dotate della strumentazione necessaria per avviare il percorso, va però poi creata la cultura organizzativa per arrivare all’integrazione del digitale, in cui viene compreso che gli ambienti di apprendimento aumentati dalle nuove tecnologie,  possono e devono semplificare il lavoro dei docenti e degli studenti. Se non si fa questo, si avranno strumentazioni inutilizzate in ogni scuola che, dopo solo alcuni anni diventeranno già obsolete. Ecco il Piano aspirava a instaurare una mentalità di questo tipo. Non ci si rende molto conto del salto necessario, ma serve riflettere sui numeri enormi della scuola pubblica: si tratta di ribaltare il paradigma mentale e coinvolgere circa 750.000 docenti (oltre ai supplenti), di tutte le età, zone d’Italia, background socio-culturale.

Gli ambienti di apprendimento aumentati dalle nuove tecnologie,  possono e devono semplificare il lavoro dei docenti e degli studenti

 

Durante la vostra esperienza, il MIUR cosa richiedeva ai privati e quindi che potenzialità ci sono state e ci sono per il mondo start up EdTech italiano?

Damien: in realtà il MIUR non richiede niente, tanto meno soldi. Semmai apre le porte a collaborazioni, a condivisioni d’intenti e per la maggior parte attraverso semplici strumenti di progettazione annuali o pluriennali che si chiamano Protocolli d’Intesa. Il “Pubblico” cerca “approvazione” e “appoggio” alle sue politiche attraverso progetti collaterali di supporto. Il privato invece, non potendo accedere a bandi di singoli progetti, firma questi protocolli in realtà come forma di divulgazione, alle volte marketing, per se stesso, al pari di azioni di di comunicazione, non sempre da considerare come CSR puro.

 

Non sembra esserci molto di innovativo…

Donatella: Come dicevamo i numeri di soggetti da coinvolgere sono altissimi.  Diciamo che se si spinge ciò che già esiste, non è detto che si stia spingendo innovazione. È possibile che il ruolo del Ministero non sia sperimentare e testare, ma diciamo che la Scuola ne avrebbe molto bisogno: se si ha un solo meccanismo – ossia questo tipo di Protocolli d’Intesa – che danno un “bollino” solo a realtà consolidate, le startup  sono un po’ automaticamente escluse. E invece molte scuole sono aperte all’innovazione. 

 

Dal vostro punto di vista, cosa potrebbe essere davvero innovativo?

Donatella: non l’acquisto di strumentazione, ma il cambio di narrativa sul digitale, lo spostamento della consuetudine. Partiamo da un caso pratico e molto semplice: perché ogni anno i docenti sono invitati su una piattaforma a indicare il libro di testo per l’anno successivo?  Anche se non è un obbligo, è un “nudge”, una spinta a farlo.  Il libro di testo, in sè, non è un male, ma come strumento educativo  porta con sé molti altri gesti, collegati spesso a un’impostazione trasmissiva della lezione. Senza libro si possono considerare apprendimenti differenti: flipped learning, peer learning eccetera.

 

Quindi didattica digitale no?

Damien: al contrario, didattica digitale si, ma con un approccio organizzato. Dirigenti scolastici in primis e professori devono scegliere, valutare soluzioni e sceglierne una che possa funzionare  per tutti, poi valutarla di nuovo e se poi non funziona, individuare altri strumenti o correzioni. Digitale non significa individualismo o soluzioni frammentate – sarebbe altrimenti come far entrare i ragazzi a scuola  a seguire lezioni senza filo logico, sconnessi gli uni con gli altri. Non è questo il digitale, anzi è proprio l’opposto: aiuta a sostenere l’organizzazione, la flessibilità, l’efficienza, la comunità. La didattica a distanza nel periodo del COVID-19 ci ha fatto capire che la didattica digitale ha generato molti problemi soprattutto perché in molte occasioni c’è stata poca omogeneità e struttura.

Il digitale aiuta a sostenere l’organizzazione, la flessibilità, l’efficienza, la comunità

 

In realtà, per chiunque lavori in ufficio, sembra molto semplice. Qual è la difficoltà di attuazione?

Donatella: spesso è una difficoltà oggettiva, spesso è una barriera psicologica. Per scegliere di cambiare serve avere molto coraggio e tantissima pazienza, ed essere pronti a sbagliare. Nella pubblica amministrazione sbagliare è terribile, è punito gravemente (la più grande paura di tutti è il cosiddetto “danno erariale”, ossia la responsabilità verso lo Stato per l’errore che hai commesso). Innovazione significa usare strumenti che all’inizio richiedono uno sforzo, oppure che – per mille ragioni – funzionano male. Ad esempio: la mail istituzionale spesso funziona male, e molti nel corpo docenti non la usano..Cambiare costa fatica, e raggiungere un cambiamento di qualità bisogna faticare ancora di più e non tutti hanno il tempo, le forze o la voglia di farlo. Ci sono migliaia di professori e dirigenti scolastici che fanno la differenza per il loro territorio e per le loro comunità scolastiche di riferimento, e per le generazioni future e lo sviluppo della didattica. Ma per ognuno di loro ce n’è altrettanti che non lo fanno.

 

Come la mettiamo col fatto che in molte scuole manca la carta igienica e noi parliamo di innovazione?

Damien: qui la nostra percezione è un po’ diversa… Nel tempo in cui eravamo  al MIUR sono stati stanziate molte risorse economiche ma ogni volta che c’è la spending review la scuola è la prima a subirne le conseguenze. E poi ci sono stati numerosi “bandi”, occasioni per  Dirigenti e docenti di accedere a risorse per didattica aggiuntiva, infrastrutture etc – un bando del 2017 ad esempio ammontava a circa  €800 milioni.

 

Donatella: Partecipare ai bandi non è sempre facile: il MIUR gestisce male i processi “competitivi” ossia quelli che prevedono un progetto da valutare. Spesso i tempi per formulare un’idea progettuale sono strettissimi, seguiti poi da lunghe attese per le graduatorie e poi pochissimo tempo per rendicontare. Quindi spesso i fondi ci sono ma manca il tempo e alle volte anche la voglia o le competenze per formulare domande di accesso ai bandi.

 

Dal 2018 avete fondato due diverse Startup, una delle quali, Future Education Modena, viene finanziata dalla Fondazione Modena. Cosa cambia rispetto al Pubblico?

Donatella: Innanzitutto la discrezionalità. Il settore pubblico ha un grosso problema nella gestione delle regole sulla trasparenza. Dal periodo della discrezionalità massima, che ha generato mostri e anche tante inchieste, siamo passati a un periodo di rigidità assoluta: il Ministero non spinge progettualità o stakeholders se non in condizioni molto particolari (soluzioni consolidate, gratuite, di larghissima scala, etc), non crea “cordate”, non entra nel merito degli obiettivi.  E spesso per risultare neutrale non interviene. E invece per fare innovazione serve spingere tantissimo, serve decidere, costruire: come privato lo puoi fare: puoi decidere in velocità e autonomia quale soggetto e obiettivo è funzionale al tuo progetto, in quale puoi investire, con che collaboratori vuoi lavorare. Ma soprattutto: puoi chiedere aiuto invece di aspettare che arrivi qualcuno ad offrirtelo.

 

Damien: Poi i processi. Oltre ad essere discrezionali, sono ovviamente più leggeri, efficaci ed estremamente più veloci.

 

E nei progetti cosa cambia rispetto al “Pubblico”?

Donatella: la sperimentazione. Col Ministero si poteva offrire nel pubblico qualcosa che era già stato sperimentato e testato dai privati, una soluzione matura. Nel Privato invece, puoi individuare il problema o il vuoto di mercato e sperimentare una soluzione, modellarla attraverso un continuo processo di try&learn.

 

Damien: in sostanza non si può chiedere al Pubblico di cambiare la propria natura: ogni attore ha il suo ruolo e il proprio margine di attività. Quello che però potrebbe fare l’Istituzione Pubblica a capo di un settore è accompagnare le sinergie fra le parti che collaborano. Questo significa, per esempio, fare richiesta di sperimentazioni su determinati argomenti e poi dare possibilità ai privati di testarli con istituti e scuole certificate e ben disposte alla sperimentazione.

 

Quanto vale, per voi, il settore EdTech in Italia?

Donatella: posto che in Italia non esiste ancora un mercato riconoscibile chiamato “EdTech” e quindi non ci sono dati corrispondenti, c’è da dire che è sbagliato considerare l’EdTech come legato esclusivamente alla vita scolastica. In realtà si tratta di “apprendimento” durante tutto l’arco temporale della vita, includendo la formazione professionale, l’active ageing, così come lo sviluppo di carriera e perfino l’edutainment.

 

Damien: In ogni caso, se vogliamo desumere il valore, per paragone, considerato che l’associazione di categoria per l’EdTech in Germania ha calcolato che in quel paese il volume economico vale intorno ai €4,3 miliardi all’anno, con le dovute proporzioni e un po’ a spanne, si può pensare che in Italia possa valere oltre €2,3 miliardi. (ovvero poco più del 2% del valore dell’EdTech mondiale).

 

Ora che lavorate “dall’altra parte”, cosa dovrebbero fare, le Istituzioni, per agevolare la crescita di questo settore?

Donatella: innanzitutto due cambiamenti culturali di base. Il primo è eliminare il pregiudizio secondo cui, essendo l’istruzione pubblica di e per tutti,  il privato deve essere considerato “brutto e cattivo”. Quando valutato con accuratezza magari attraverso strumenti di garanzia  per il rispetto all’indipendenza e una prima analisi della metodologia proposta, il privato è il soggetto meglio posizionato per produrre innovazione e costruire soluzioni che rispondono alle esigenze del mondo reale.  Il secondo riguarda la capacità imprenditoriale e l’apertura mentale di ogni attore. In primis dei Dirigenti Scolastici e in secondo luogo dei Professori. Quelli che viaggiano, si aprono al confronta con i colleghi, si formano in percorsi anche molto interdisciplinari all’estero si riconoscono subito.

 

Damien: la stessa cosa vale per gli studenti: bisognerebbe anticipare il momento in cui questi ragazzi entrano in contatto con il mondo del lavoro per i più svariati motivi e non solo per lo stage. L’Alternanza Scuola Lavoro era una valida proposta e in ogni caso bisognerebbe farli fare, fare, fare e provare, permettergli di conoscere i meccanismi produttivi, le sfide organizzative, confrontarsi con la necessità di condividere con il pubblico le proprie idee e aspettarsi anche un grande “non è interessante, non funziona”, per poi migliorarsi.

 

Esempi di cosa avreste voluto fare al MIUR ma non siete riusciti?

Damien: ad esempio gestire l’identità digitale degli studenti in modo ordinato, avere una connettività stabile, forte e gratuita per ogni scuola, liberare e rendere interoperabili le piattaforme dei contenuti digitali, rendere i processi digitali “semplici” e alla portata di tutti. Qualcosa l’abbiamo invece realizzato con Future Education Modena! Ci avevamo provato al MIUR con i “Curricula Digitali”: creare alleanze tra i migliori risultati della ricerca delle scienze dell’apprendimento (Università, centri di ricerca pubblici e privati, esperti del settore) con i soggetti meglio posizionati su alcune discipline o temi, e usare le soluzioni tecnologiche e/o digitali allo stato dell’arte.

 

Donatella: Tra i progetti bandiera di questo periodo, tre sono rappresentativi:  quello di Linguistica computazionale attraverso il quale si innova  l’insegnamento dell’italiano addestrando un algoritmo, imparando sia i meccanismi del Machine Learning in una piattaforma professionale per Linguisti, sia potenziando obiettivi di competenza per l’analisi e comprensione dei testi e delle forme espressive. Un altro progetto a cui teniamo molto è quello su Food Science: insegnare le STEM con il cibo. Con il cibo si riesce sia a studiare molecole, legami e funzioni attraverso esperimenti, analisi e osservazioni, sia conoscere la propria identità culturale e il territorio. Infine L’Educazione Civica Digitale,da percorsi didattici votati a prepararci a difenderci da un mondo online pieno di pericoli, a un sistema di attività votate a comprendere i meccanismi dell’infosfera, a dominarli e usarli proattivamente, a essere consapevoli e padroni della propria identità digitale. Ad esempio, quindi, conoscere cos’è un algoritmo, come funziona “che lingua parla” e che effetto hanno le tue scelte di “click” sui contenuti che vedi attraverso il tuo monitor. Insomma, essere padroni invece che subire i canali e i meccanismi online. Ovvero, gli si insegna a scegliere consapevolmente.

Non si deve pensare che la ED di EdTech si riferisca solo al mondo della scuola

 

Qualche piccolo consiglio per chiunque stia pensando di aprire una startup nell’EdTech in Italia

Damien: Ricordarsi che quest’industry vive se costruisce soluzioni altamente scalabili. E soprattutto non si deve pensare che la ED di EdTech si riferisca solo al mondo della scuola. Si fa riferimento all’apprendimento in genere, dal percorso di yoga a distanza all’ambiente per diventare un data scientist in pochi mesi. Allo stesso tempo ci si deve ricordare che in molti hanno le stesse sfide:  il percorso di apprendimento di chi vive in Italia non è  molto diverso da quella di qualcuno in Francia, Libano o Indonesia.. L’EdTech è un’industry internazionale per sua natura. Quindi innanzitutto pensate a costruire un team che parli l’inglese a un livello che vi permetta di nascere internazionali, non cercate appoggio (solo) dal MIUR o dal settore pubblico, pensate in grande. Siate pronti a  convincere finanziatori con prospettive internazionali e pensate da subito come qualcosa che può aiutare l’essere umano in generale, non l’italiano.

 

Donatella: in secondo luogo non vi accontentate, non pensate di essere arrivati dopo il primo test di un prodotto o una soluzione che vi sembra rispondere alle esigenze di apprendimento o colmare un gap. L’educazione è un mondo che si muove in continuazione per cui sperimentare, testare, modificare, adattare sono le parole d’ordine. In continuazione. E se lavorate con la scuola, non siate presuntuosi: docenti e studenti non sono li ad aspettare una vostra proposta. La scuola ha dei tempi strettissimi, tantissimi obblighi, e quello che voi proponete deve essere utile ora. Fondamentale è  lavorare direttamente con il target,  osservare e studiare come evolvono i meccanismi di apprendimento, soprattutto in ambienti aumentati dalla tecnologia. E anche coinvolgere e rafforzare gli studenti, che sono fucine di idee: la Student Led Innovation  è proprio questo, nasce in piccolo nelle Science Faires delle scuole americane, dove per un anno intero  ogni studente diventa inventore, ingaggiato e protagonista del proprio progetto, e arriva fino a dare la possibilità ai più giovani per reimmaginare l’educazione e diventare imprenditori del proprio destino.

 

 

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter