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Set 26, 2018

Un cappello per vedere con gli ultrasuoni e un semaforo intelligente: le idee dei ragazzi dell’Istituto Tecnico di Afragola

Sono progetti all’insegna dell’inclusione e del supporto alle persone con difficoltà, quelli della scuola di Afragola. Gli studenti abbracciano l’IoT e creano prototipi a favore della società

Un cappello per ‘vedere’ attraverso gli ultrasuoni, dando così la possibilità ai non vedenti di camminare per strada in tranquillità. L’idea è di alcuni studenti dell’Istituto Tecnico Statale Carlo Alberto Dalla Chiesa di Afragola, che hanno sviluppato il prototipo del cappello. Ora la sfida è di aggiungere la vibrazione, in modo da aiutare anche i non udenti.

Sinergia tra studenti e aziende

L’idea nasce circa due anni fa grazie alla collaborazione con la STMicroelectronics di Arzano, che ha fornito alle scuole – fra le quali appunto anche l’Istituto di Afragola – micro controllori a 32 bit (base dello IoT) con cui gli studenti hanno sviluppato i loro progetti. Un bell’esempio dell’importanza della sinergia tra scuola e il mondo delle aziende. I ragazzi hanno presentato il loro progetto all’STMicroelectronics di Arzano per lo [email protected] e all’evento Digitaliani in Campania, progetto nato da un protocollo d’Intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania e la Cisco Regional Academy Consorzio CLARA. Una bella soddisfazione per gli studenti dell’Istituto C.A. Dalla Chiesa, che guardano già al futuro, accompagnati dai loro insegnanti. L’idea è di un alunno oggi diplomato, ma è stata portata avanti da tre giovani sviluppatori, Luca Arnone, Antonio Cesarino e Crescenzo Sossio. “Questo è un lavoro che si fa in gruppo”, spiega il professor Luigi La Gatta. “C’è una parte creativa, una di progettazione e una tecnica, con la realizzazione del prototipo vero e proprio. Prevediamo anche per quest’anno di portare avanti altre idee innovative”.

Il cappello per ‘vedere’ attraverso gli ultrasuoni

A spiegare come funziona il cappello a livello tecnico è Luca Arnone: “È un cappello che sfrutta il principio degli ultrasuoni, cioè onde che vanno a infrangersi contro un ostacolo per poi tornare indietro. Tramite un algoritmo che permette il calcolo della distanza, riusciamo a far elaborare al nostro micro controllore la distanza stessa e a far partire un segnale che permette a un buzzer passivo (il buzzer è una sorta di mini altoparlante che genera toni, i classici “beep”, ndr) di poter suonare. Nella nuova versione del nostro progetto il buzzer è posizionato sotto l’orecchio, in modo che possa essere impostato a frequenze più basse in caso l’utilizzatore abbia anche problemi di udito”. Gli studenti dell’Istituto C.A. dalla Chiesa hanno in mente però anche un’altra novità: “Le persone non vedenti possono avere anche problematiche relative all’udito.  Per questo motivo vorremmo inserire anche un sensore di vibrazione per persone completamente sorde, in modo da far beneficiare della nostra idea una più ampia fascia di persone”.  Come funziona a livello pratico il cappello che ‘vede’ con gli ultrasuoni? Lo spiega Antonio Cesarino: “Il soggetto indosserà il cappello; mentre cammina, un sensore rileverà tutti gli ostacoli che si presenteranno a determinati metri, da impostare. Una volta rilevato l’ostacolo, il buzzer suonerà. Quando sarà inserito il sensore per la vibrazione, il cappello oltre a suonare, vibrerà; così anche le persone sorde potranno camminare per strada in tranquillità. Noi speriamo che il nostro cappello possa sostituire il classico bastone”. Un cappello nato da studenti che hanno voluto mettersi alla prova e che può davvero essere utile a tutti. “Noi stiamo continuando a studiare e stiamo migliorando – aggiunge Antonio – Vorremmo utilizzare queste nuove competenze in modo pratico, con idee nuove e migliorando il cappello, diffondendolo a larga scala. È bello creare qualcosa che possa servire a qualcuno”. Mentre Crescenzo Sossio ripercorre con la memoria i loro primi ‘successi’, tutti ringraziano i loro professori, che li stanno accompagnando in questa avventura: Renato Iannuzzi, Luigi La Gatta, Ivan Giammona e Filomena Esposito Faraone.

Il semaforo amico

È la professoressa Filomena Esposito Faraone – impegnata a seguire diversi team di studenti nella realizzazione dei loro progetti – a commentare l’esperienza: “È stato molto importante il contatto diretto con le aziende. Questo ha spinto i ragazzi a impegnarsi tanto, mettendo in pratica i concetti che hanno studiato e realizzando prodotti che poi possono essere utili nella vita di tutti i giorni. Sono bei progetti, che permettono ai ragazzi di lavorare in team e di capire come si lavora in azienda, entrando nello spirito lavorativo dell’azienda. Vogliamo ringraziare la società che ci ha dato questa opportunità”. A proposito di progetti utili nella vita di tutti i giorni, ci sono anche altri progetti che altri studenti dell’Istituto hanno realizzato, fra i quali il semaforo amico, di cui il prototipo è all’interno della scuola. “Attraverso un sistema di sensori, questo semaforo è in grado di percepire la presenza dei pedoni in prossimità delle strisce pedonali, facendo così scattare il meccanismo dei colori. Inoltre, altri sensori rilevano la presenza del pedone sulle strisce pedonali, evitando che scatti il verde per le automobili fino a quando il pedone si trova sulle strisce. Segnalatori acustici permettono poi anche al non vedente di attraversare in tranquillità”.

 

Un semaforo, insomma, che andrebbe incontro alle esigenze delle persone diversamente abili o anziane. Come funziona il semaforo intelligente? In sostanza, i due semafori posti ai due lati della strada comunicano tramite un sistema a bluetooth. Ai due lati del semaforo, sono posti due sensori ultrasuoni, che rilevano appunto la presenza del pedone. Al centro dei semafori, un altro sensore rileva la presenza del pedone sulle strisce.  Un segnalatore acustico entra in funzione allo scattare del verde per i pedoni, prima continuo e a intermittenza quando il semaforo diventa giallo. Un’idea che sostituirebbe il classico pulsante e che sarebbe di grande aiuto per tutti i pedoni.

 

 

 

 

 

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