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Ott 22, 2018

La flipped classroom come modello vincente: l’esempio del liceo M. Gioia di Piacenza

Il modello della flipped classroom in Italia è ancora poco diffuso e ci sono difficoltà da superare ma le scuole che lo stanno utilizzando hanno un ottimo riscontro da parte degli studenti

Il modello della flipped classroom (classe capovolta) ribalta la struttura delle lezioni scolastiche tradizionali. In sostanza gli alunni studiano a casa attraverso video lezioni e risorse selezionate dal docente, mentre il tempo trascorso in aula viene utilizzato per approfondire i temi, discutere, svolgere attività di laboratorio o risolvere i dubbi degli studenti, che giocano un ruolo attivo e volto al confronto tra loro e con il docente.

 

L’insegnate diventa, insomma, una sorta di tutor che accompagna gli alunni in un percorso che decisamente li spinge all’autonomia, al lavoro in team e a un pensiero critico sui temi trattatati. In Italia sta iniziando a prendere piede ma ancora il modello della ‘classe rovesciata’ costituisce una novità per molte scuole legate all’impianto tradizionale della lezione classica. Ne parliamo con Ilaria Bucciarelli, referente per Indire per quanto riguarda la flipped classroom e con Elena Gabbiani, referente del progetto flipped classroom al liceo M. Gioia di Piacenza.

L’esempio del liceo M. Gioia di Piacenza

Al liceo Melchiorre Gioia di Piacenza c’è una sezione sperimentale che ha adottato il modello della flipped classroom da ormai cinque anni (l’anno in corso è il sesto). Nella sezione tutti gli insegnanti lavorano sulle varie materie con questo modello ‘rovesciato’: le lezioni frontali tradizionali sono fruibili da casa attraverso dei video realizzati dagli studenti mentre il tempo a scuola è dedicato alla revisione dei concetti, ad attività laboratoriali, esercizi, discussioni etc. Anche le modalità di verifica sono cambiate: nella sezione ci sono tre periodi di tempo stabiliti (dicembre, febbraio e fine maggio) dedicati esclusivamente alle verifiche e caratterizzati dalla sospensione dell’attività didattica. Un metodo che dà i suoi frutti.

 

Ne parla una delle responsabili del progetto, la professoressa Elena Gabbiani: “Gli studenti sono soddisfatti, perché è un percorso in cui si acquisisce una forte autonomia. A casa hanno la possibilità di ascoltare le lezioni tenute dai docenti, gestendosi il loro tempo e avendo l’opportunità di rivedere le lezioni. I ragazzi sono anche più motivati a frequentare la scuola e sono abituati a lavorare in team, a sapersi relazionare e a esporre le loro idee senza prevaricare, acquisendo competenze che serviranno loro anche in altri contesti. Il primo ciclo di sperimentazione si è concluso e all’esame di maturità abbiamo avuto ottimi risultati”.

 

Con la flipped classroom c’è insomma più tempo a disposizione per concentrarsi sugli studenti. L’impegno dei docenti è notevole, dalla realizzazione dei contenuti alla loro calibrazione alla formazione iniziale dei ragazzi, accompagnati dai professori nel nuovo metodo di lavoro, ma la soddisfazione per studenti e insegnanti è tanta. Il modello favorisce la cooperazione e il lavoro di squadra sia fra gli studenti sia fra gli insegnanti. Soddisfatto il dirigente scolastico, Mario Magnelli, che è alla guida dell’istituto da settembre dello scorso anno e che ha accolto con entusiasmo l’eredità della sperimentazione: “Da tempo è mossa la critica verso il modello che prevede un rapporto tra docente e discente fatto di trasmissione di contenuti e di informazioni. La critica mossa a questo modello trova nella flipped classroom una risposta operativa molto interessante, poiché si ribalta questo rapporto e soprattutto si mette in condizione il discente di acquisire competenze da protagonista, da costruttore attivo del proprio percorso formativo”. Un nuovo modello didattico che “cambia la prospettiva e mette in gioco il tradizionale apporto dell’insegnante, costringendolo a rivedere i fondamenti della propria disciplina, del proprio modo di lavorare; la flipped classroom è dunque utile non solo per lo studente ma anche per il docente: si crea un circolo virtuoso”.

 

La flipped classroom come modello educativo tra innovazione e tradizione

La flipped classroom in Italia è ancora poco diffusa ma nelle realtà che utilizzano questo modello l’entusiasmo è alto, pur nelle difficoltà. Ne parliamo con Ilaria Bucciarelli, referente dei progetti che riguardano la flipped classroom per Indire nell’ambito del macro progetto di ‘Avanguardie educative’. “I docenti si trovano spesso a lavorare in situazioni complesse, dove è difficile mantenere la motivazione alta da parte degli studenti con i modelli tradizionali; così molti insegnanti cercano soluzioni alternative e la flipped classroom è una di quelle che ha incontrato maggiore entusiasmo. Io credo che la risposta stia nel fatto che la flipped classroom unisce tradizione e innovazione. Infatti, da una parte è orientata a rendere molto più attiva la partecipazione dei ragazzi ma allo stesso tempo riesce a mantenere la tradizione attraverso le lezioni frontali, che non sono escluse. Questo permette ai docenti di integrare la tecnologia e l’e-learning nel circolo dell’insegnamento-apprendimento e di massimizzare e valorizzare il tempo a scuola”.

La flipped classroom e l’esigenza di fare rete

Le difficoltà di attuazione però in Italia non mancano: “Il modello nasce in America con l’auto produzione dei contenuti da parte dei docenti”, prosegue Ilaria Bucciarelli. “In ambito anglosassone hanno a disposizione una quantità e una qualità di contenuti enorme, per cui è più facile per gli insegnanti poter scegliere quelli più adatti. In Italia in questo senso ci sono delle resistenze da parte dei docenti, un po’ culturali un po’ perché è effettivamente un grosso impegno di lavoro extra scolastico. Inoltre spesso i docenti non sono formati poiché sono linguaggi multimediali nuovi che non vengono appresi a scuola; alcuni insegnanti si formano in proprio, basandosi su iniziative personali, ma è rara una politica vera e propria della scuola che spinga in questo senso”. E qui fa capolino la difficoltà nel ‘fare rete’.

 

L’iniziativa dei singoli docenti è apprezzabile ma per creare un sistema non basta. “Il fare sistema è un passaggio difficilissimo da fare in Italia. Tuttavia l’innovazione, la ricerca educativa è di comunità. Noi come Indire cerchiamo di favorire la creazione di comunità perché secondo gli studi è evidente che l’essere in rete è un grande valore aggiunto nella veicolazione dell’innovazione e nella ricerca educativa, di cui la flipped classroom è uno dei tanti aspetti. Stiamo cercando di creare una community di docenti, individuando anche scuole capofila che possano mettersi a disposizione di colleghi di altri istituti e fungere da modelli ripetibili e sostenibili per creare un circolo virtuoso di trasferimento della conoscenza e di innovazione all’interno dell’istituzione scolastica”. La flipped classroom sarà oggetto di convegni organizzati a Fiera Didacta.

 

 

 

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