Chi sono gli alunni "plusdotati" e perchè è importante che siano riconosciuti dal Miur immagine-preview

Apr 24, 2019

Chi sono gli alunni “plusdotati” e perchè è importante che siano riconosciuti dal Miur

Momento storico per gli alunni plusdotati in Italia. Il Ministero dell’Istruzione “ha riconosciuto”, per la prima volta, all’interno del sistema degli alunni con bisogni educativi speciali anche quelli ad alto potenziale cognitivo. L'intervista con la presidente di Aget Italia

Non è facile riconoscerli pur avendoli a volte in famiglia. Difficile sentire parlare dei bambini “plusdotati” anche a scuola.

Adesso, però, con la nota n. 562 del 3 aprile, il Ministero dell’Istruzione “riconosce”, per la prima volta, all’interno del sistema degli alunni con bisogni educativi speciali anche quelli plusdotati, cioè, generalmente detti, quelli con un quoziente intellettivo pari o superiore a 130.

Il Miur è intervenuto dopo numerose segnalazioni ricevute da scuole e dai settori accademici di riferimento. Dopo l’emanazione della direttiva del 27 dicembre 2012 molte scuole consideravano gli alunni plusdotati all’interno dei Bes. Tale prassi, adesso, è riconosciuta come assolutamente corretta da parte del ministero. Viene previsto anche la possibilità di redazione di un Piano Didattico Personalizzato, in una logica di personalizzazione degli apprendimenti.

In Italia c’è ancora molto da fare

Mentre negli altri paesi europei il fenomeno dei gifted children è più o meno noto e accettato (con flessibilità del percorso scolastico e attività extra-scolastiche), in Italia c’è ancora molta ignoranza in materia.  Tra un bambino semplicemente brillante e uno plusdotato ci sono alcune differenze, difficili però da riconoscere: anche agli occhi dello specialista. Si tratta di bambini e ragazzi che hanno ritmi diversi rispetto ai loro pari: apprendono con facilità, memorizzano senza fatica, hanno una capacità di pensiero astratta molto sviluppata, hanno interessi molto profondi per una o più specifiche discipline che a volte li assorbono completamente a discapito di altre materie. Un dono, dunque, questo per bambini e ragazzi, che però, se non riconosciuto a scuola e in famiglia e se non trattato adeguatamente, può provocare disastri.

Attualmente l’unico ponte tra gli enti scolastici e le famiglie è costituito dalle associazioni specializzate su questa tematica, come Aget Italia.

A StartupItalia interviene Valeria Fazi, presidente dell’associazione dedicata ai plusdotati

L’intervista

 

Grande conquista per i ragazzi plusdotati e le loro famiglie. Quanti ce ne sono in Italia?
Grandissima novità. Aget è l’unica associazione italiana di soli genitori di bambini ad alto potenziale cognitivo e plusdotati, siamo stati davvero molto contenti della nota 562 del Miur. Secondo le stime, i bambini plusdotati (i cosiddetti gifted), con un quoziente d’intelligenza superiore a 130, rappresentano il 2% della popolazione scolastica; se consideriamo anche i bambini ad alto potenziale cognitivo, con un quoziente tra 120 e 129, si arriva a circa l’8 per cento. Come si vede, non sono numeri trascurabili.
 
 Programmi personalizzati per i ragazzi, in cosa consistono esattamente?
All’estero già da anni hanno sviluppato percorsi di arricchimento, approfondimento e accelerazione. La nostra associazione è per l’inclusione di questi bambini nella classe e quindi predilige i percorsi di arricchimento, meglio ancora se svolti duranti l’orario scolastico.
 
 
Perché c’è voluto così tanto affinché il Miur li riconoscesse ufficialmente?
Roma non è stata costruita in un giorno e sarebbe sciocco pensare che un cambiamento culturale così importante avvenga in poco tempo. La prima attività di Aget sotto la mia presidenza è del 2017 e le assicuro che i passi avanti fatti nel 2018 e nel 2019 sono notevoli. Vedo con chiarezza un percorso. Settembre 2017, Firenze, il Miur organizza un workshop a Didacta coordinato da noi. Sala stracolma di insegnanti da tutta Italia. Lì la dirigente del Miur Carmela Palumbo interviene e spiega quanto sia importante per la scuola includere tutti i bambini, anche i plusdotati. La nota di questi giorni, che porta proprio la sua firma, è l’ultimo passo di un percorso importante che, speriamo, continuerà con la formazione dei docenti. 
 
Secondo lei come può la tecnologia aiutare i ragazzi plusdotati?
Sarebbe bello che qualche istituzione scientifica e di ricerca cominciasse a occuparsene. Personalmente credo che per i nostri bambini sia stimolante essere “artefici della tecnologia” e non semplici fruitori. Hanno una mente che permette loro di trovare soluzioni non scontate, vedono la realtà attraverso prospettive non comuni. Le nuove tecnologie sicuramente possono costituire un catalizzatore del pensiero, un modo per esercitarsi a pensare, per accedere a contenuti nuovi e sperimentali, con sfide sempre più complesse e stimolanti.
 
Cosa manca all’Italia rispetto agli altri paesi del mondo? 
A Dubai, poche settimane fa, si è svolta una conferenza mondiale sulla plusdotazione. Nel mio intervento, ho illustrato alcune delle eccellenze italiane nei più svariati ambiti, l’automotive, la moda, l’architettura, il cibo. Qualche volta dimentichiamo la nostra straordinarietà. E non valorizziamo le nostre  eccellenze in campo culturale, industriale, medico, e anche cognitivo! È incredibile che si cerchi una soluzione per far tornare i cervelli italiani fuggiti all’estero e solo adesso ci si preoccupi dei bambini plusdotati.
 
 
Quali possono essere gli ulteriori passaggi?
Il prossimo passo, decisivo, è la formazione dei docenti.Gli insegnanti italiani hanno professionalità e competenza, la nostra didattica continua a essere copiata ovunque. Ma la conoscenza della plusdotazione è frammentata e a volta inesistente. I docenti hanno necessità di approfondire il tema, e di comprenderlo, per poter poi dare risposte pertinenti ai bisogni dei nostri figli.

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