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Ott 16, 2014

«In Sicilia ho messo la mia classe a testa in giù, ed è stata una vera rivoluzione»

Grazia Paladino, insegnante di scienze matematiche in un paesino siciliano, è una vera innovatrice e quello che fa lo definisce "scuola dal basso"

Grazia Paladino ha 49 anni e insegna scienze matematiche nella scuola media “Federico De Roberto”, in un paesino in Sicilia, alle pendici dell’Etna a Zafferana Etnea, in provincia di Catania. E’ arrivata quest’anno e ha portato con sé aria di innovazione nell’istituto. La sua storia parla di una rivoluzione partita dal basso, racconta del cambiamento nel modo di fare lezione in classe e mostra i risultati dell’applicazione della metodo della flipped classroom in aula.

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Quando hai iniziato ad usare il metodo della flipped classroom ?

Studiando sui libri degli americani ho imparato a cosa fosse la flipped classroom e come applicarla alla nostra realtà. Così,  4 anni fa, l’ho messa in pratica per la prima volta nelle mie classi e ora non ne faccio più a meno.  I ragazzi sono molto più stanchi dei libri rispetto alla nostra generazione. Oggi ci sono mille distrazione, e sebbene ci sforziamo di tenerli concentrati, se non sono motivati nello studio non si ottengono risultati. Dobbiamo adattarci a questi tempi. La società è cambiata e con essa anche l’approccio allo studio.

Come organizzi le tue lezioni?

I ragazzi studiano la lezione del giorno a casa, prima di venire in classe. Io non la spiego in aula. Metto a loro disposizione moltissimi materiali. All’inizio usavano dei video presi in rete, poi ho iniziato a personalizzare i corsi online, girando io stessa dei video delle mie spiegazioni.

Questo è il mio sito: Capovolgilescienze.altervista.org , mentre questo è il blog di didattica che tengo aggiornato tutti i giorni dove è presente anche una sezione dedicata ai ragazzi con disturbi dell’ apprendimento: Scuolaidea.altervista.org .

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I ragazzi seguono la lezione con entusiasmo. In classe approfondiamo i vari temi e chiariamo i dubbi. In questo modo i ragazzi diventano autonomi molto prima. I compiti si fanno a scuola con l’insegnante.

Molto spesso divido i ragazzi in gruppi per il lavoro in team utilizzando i loro device tecnologici (smartphone, table e computer). Nella maggior parte dei casi sono gruppi eterogenei con un equa distribuzione di studenti più e meno bravi, tuttavia ho testato anche la realizzazione di gruppi omogenei, dove l’obiettivo di studio viene performato in maniera personalizzata.  Si può parlare di didattica inclusiva, particolarmente adatta per bambini con disturbi per l’apprendimento.

Ovviamente ci sono sempre dei momenti per un confronto individuale con chi ha più difficoltà nello studio o che per quel giorno non ha fatto i compiti. E’ un metodo di insegnamento molto stimolante.

Qual è il tuo sistema di valutazione?

Rendo tutto trasparente. I ragazzi hanno gli obiettivi chiari e ciò li rende più sicuri. In questo modo non si sentono mai giudicati ma valutati. Il voto non è uno strumento di mortificazione, ma deve essere inteso come un’opportunità di miglioramento, dove l’insegnante chiarisce i punti su cui lavorare e lo studente, capendo i feedback, lavora sui punti da potenziare.

Cosa pensano i genitori del tuo metodo di insegnamento?

Quest’anno, cambiando scuola, ero un po’ timorosa della reazione dei genitori. Ho mandato loro una lettera dove spiegavo il metodo di apprendimento che ho sperimentato. Sono stati tutti ben disposti al nuovo metodo. Non mancano i pregiudizi e le diffidenze. Ad esempio l’anno scorso, in una classe di prima media, una mamma non voleva fare usare al bambino il computer e i social network. Alla fine dell’anno, però,  è rimasta tanto entusiasta del mio metodo che ha deciso di comprare un PC per suo figlio (è stata davvero una bella soddisfazione).

Quali sono i risultati?

I risultati si vedono soprattutto sulla motivazione dei ragazzi nello studio. Sono davvero contenti di studiare perché trovano degli strumenti molto più adatti al loro modo di fare. Anche l’insegnante è più vicina a loro, non lontana, dietro alla cattedra, ma al loro fianco, come guida e supporto . Si crea un rapporto di fiducia. In questo modo capiscono il valore dell’insegnamento e della valutazione.

Ti senti una vera innovatrice?

Quello che faccio lo definisco “scuola dal basso”. Con questo intendo dire che chi è nel front office, chi lavora a contatto con i ragazzi deve essere il vero consulente di chi fa riforme e provvedimenti. Utilizzo blog e social network da sempre e ogni giorno mi rendo conto che la nostra Scuola è in fermento, però non sempre si dà voce ai veri protagonisti del cambiamento: agli insegnanti. Ad esempio le proposte contenute ne “La buona scuola” di Matteo Renzi mi sembrano migliori di molte che sono state fatte nel passato, ma c’è sempre troppa teoria e poca pratica. Per questo motivo voglio dire la mia, spiegare la mia metodologia e mostrare i risultati.

Il 18 ottobre parteciperò al Repubblica Next di Palermo dedicato all’innovazione nella Scuola, sono sicura che sarà una grande opportunità per parlare di quello che faccio e per dimostrare che in Italia si può fare davvero “innovazione” anche se non si hanno tanti soldi.

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