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Ultimo aggiornamento il 17 settembre 2019 alle 14:37

Prof “deportati” dall’algoritmo impazzito, cosa ci insegna il pasticcio del Miur

Il caos del 2016 trova finalmente un pronunciamento giuridico definitivo: "metodo orwelliano", dice il Tar. Perché il tema dell'automazione amministrativa è urgente

Il punto ruota intorno ai diritti. Se hai diritto a fare una cosa, o godere di una qualche condizione, e un algoritmo te lo impedisce, il tema non è più strettamente tecnologico ma giuridico e perfino esistenziale. Quindi filosofico. È un po’ quello che è accaduto a 10mila insegnanti nel 2016: vincitori di concorso, furono spediti nelle scuole del Nord, o comunque lontano da casa, quando avrebbero avuto diritto di rimanersene nelle zone vicine alla loro residenza. Diecimila famiglie sconvolte perché qualcosa, nei sistemi del ministero dell’Istruzione, non ha funzionato a dovere. E anche perché, evidentemente, nessuno ha voluto ascoltare ciò che quelle persone avranno senz’altro spiegato un sacco di volte.

 

La notizia è che ora la terza sezione bis del Tar del Lazio ha certificato l’errore informatico, sanzionando il Miur per il suo “metodo orwelliano”. Magari la formula è esagerata ma la sostanza è quella: invece di introdurre un passaggio umano, la “grave lacuna amministrativa” avrebbe lasciato quasi tutto il potere nelle mani di un algoritmo fuori controllo. Che ha spedito quelle persone, come pacchi, verso un’altra vita. Non senza il pasticcio di dati sbagliati dati in pasto al sistema, a conferma dell’importanza di data set “puliti” e corretti.

Le procedure informatiche, finanche ove pervengano al loro maggior grado di precisione e addirittura alla perfezione – si legge nella sentenza – non possono mai soppiantare, sostituendola davvero appieno, l’attività cognitiva, acquisitiva e di giudizio che solo un’istruttoria affidata a un funzionario persona fisica è in grado di svolgere”. Una tesi con cui si può essere in disaccordo in certi casi. Di certo non quando riguarda la sorte lavorativa delle persone: in fondo chi, al netto di disporre di un giudice super partes e dotato del giusto buon senso e di un’impeccabile preparazione giuridica, si farebbe processare da una macchina intelligente?

 

Al software, definito da una perizia “confuso, lacunoso, ampolloso, ridondante, elaborato in due linguaggi di programmazione differenti, di cui uno risalente alla preistoria dell’informatica, costruito su dati di input gestiti in maniera sbagliata”, dunque un mostro senza capo né coda, è stato assegnato potere di vita o di morte professionale. Punteggi e graduatorie furono acquisiti in modo scorretto e i docenti sbalzati dall’altra parte d’Italia. Ciascuno con i suoi problemi, come due professori calabresi con figli con problemi di autismo spediti a Prato da un giorno all’altro. Migliaia di cause al ministero che ora chiedono, sulla base di questa sentenza, una giustizia rapida. Come domandano anche i sindacati.

Solo che non sembra essere facile sistemare il papocchio algoritmico, considerando l’organico disomogeneo degli insegnanti e la situazione dei supplenti negli istituti di tutto il Paese. Per molti il calvario finirà solo nell’arco dei prossimi tre anni, periodo in cui il ministero ha ampliato le quote per i trasferimenti, con l’obiettivo di risolvere – in un lasso di tempo lunghissimo che in certi casi potrebbe toccare un totale di sei anni via da casa – i pasticci dell’algoritmo. Favorendo un progressivo rientro dei cosiddetti “deportati” della cattedra. Eppure la soluzione più giusta sarebbe stata quella immediata: come in un attimo quelle persone hanno subito un trattamento del tutto privo di fondamento per l’algoritmo sviluppato da Finmeccanica e Hp Italia per 444mila euro, in un attimo dovrebbero poterlo risolvere.

 

Il caso dev’esserci di insegnamento sotto diversi punti di vista. Soprattutto dovrebbe stimolare il lavoro delle Camere a una legislazione specifica sul tema dell’automazione decisionale e amministrativa, non secondario a quello dell’automazione lavorativa. Risolvendo i nodi della trasparenza – il claudicante meccanismo era secretato – così come i processi di revisione e correzione di quanto deliberato. Non è d’altronde un caso che il Tar citi la Costituzione e, giustamente, perfino la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

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